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Una trottola vorticosa ed inarrestabile

Da bambini eravamo in molti a giocare con la trottola. Non era già più quella di legno, attorno alla quale si doveva avvolgere una corda da tirare per avviare la rotazione. Avevamo già trottole di metallo, con una ventosa sul fondo e, sulla parte superiore, una sorta di pistone che, spinto verso il basso, avviava il movimento, caricando una molla interna. La trottola iniziava a girare in modo vorticoso, in alcuni casi ben ferma sul posto grazie alla ventosa, e i disegni che erano in superficie sparivano, diventando lunghe ed interminabili strisce gialle, rosse, blu, verdi. Era bello, però, osservare il movimento della trottola che gradualmente rallentava, permettendo alle decorazioni di riapparire lentamente e, in un certo qual modo, di tranquillizzarci: quelle rotazioni a tutta velocità non avevano mescolato i colori. I disegni erano ancora tutti ben definiti e non si erano tramutati in una tavolozza impazzita.
Oggi, se pensiamo a come sta procedendo il nostro mondo, il paragone con una trottola che gira ad andatura vorticosa può essere ben azzeccato, con una differenza, però.

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È ancora possibile comunicare

“Individualismo, egocentrismo, ignoranza della materia e presunzione. Un cocktail esplosivo che, in effetti, sta deflagrando in tutta la vita sociale, in questi tempi in cui il dialogo ha lasciato posto al monologo e le
idee proprie, per quanto non suffragate da prove o da ragionamenti oggettivi, sono diventate spesso verbo inconfutabile…”

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Si può vivere di Eccellenze

 

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Crisi dei mercati, basso profilo, concorrenza sui prezzi, globalizzazione della produzione, massificazione di articoli e proposte di bassa qualità sugli scaffali dei supermercati, nell’offerta culturale e turistica, nell’istruzione, tagli alla spesa pubblica, alle fasce deboli, allo studio, all’arte.

L’elenco potrebbe continuare per tutta la durata dell’articolo. Sono tantissime le condizioni avverse che stanno abbassando la fiducia, la spinta vitale di chi lavora, di chi ancora si sforza di opporsi a una commercializzazione sfrenata di ogni aspetto della vita umana, a un procedimento che considera solo il valore monetario e finanziario e dimentica ogni altra componente, soprattutto quelle che servono a dare il vero valore di un prodotto, di un’idea, di un’azione; aspetti che non si possono misurare con il corrispondente

prezzo monetario, scelto universalmente come unità di misura esclusiva per tutto ciò che si fa o si è.

C’è, e in molti provano da tempo a metterlo in pratica, un altro modo di valutare, apprezzare e dare merito all’attività produttiva, sociale, culturale, turistica di un territorio.

C’è e si chiama rispetto per l’eccellenza. Quando si parla di eccellenze italiane (e anche quelle liguri, di cui ci vogliamo occupare in particolare) il pensiero va subito ai “punti forti” dell’economia: l’enogastronomia, il turismo, la produzione artigianale, ma spesso, troppo spesso, tutto si ferma alla contemplazione estatica di quanto molti siano in grado di fare. Si esalta la bellezza di alcune opere o di qualche bel paesaggio, si gusta il sapore di un prodotto genuino, si ringrazia per un servizio turistico di alta qualità, si lodano il significato e lo sforzo di chi ancora crede che la cultura e l’istruzione possano essere settori trainanti, ma poi tutto si ferma lì, alla fruizione di quanto di buono si è trovato.

Non basta più. C’è da fare un passo in più e non lo si può procrastinare. Questo scatto ulteriore è quello di promuovere, incentivare, propagandare queste eccellenze che animano e costituiscono il cuore, davvero il “punto forte” di quanto un territorio può produrre.

Prima di iniziare a lavorare su un numero di Vivere Sostenibile Liguria Ponente ci si chiede sempre quale sarà il motivo conduttore. Da sempre questa traccia, poi, emerge da sola, durante la preparazione delle pagine, e a dettarla sono sempre, in una splendida sintonia, gli articoli che riceviamo dai nostri collaboratori. Questa edizione di giugno 2018, alle soglie di un’estate su cui si stendono grigie ombre politiche e, forse, anche meteorologiche, si è così trovata ad essere indirizzata verso l’esaltazione delle eccellenze della nostra terra. È stato un coro comune, composto da voci polifoniche, tutte orientate al proprio ambito di attività, ma concordi nel sottolineare come, sotto questa coltre di condizionamenti negativi che sembrano voler e poter soffocare ogni libera iniziativa, si celi invece ancora un cuore pulsante, una spinta che non si può fermare, la voglia di riaffermare valori e lavori che la massificazione e la banalizzazione non possono cancellare.

Il fatto di rendere noto tutto ciò, a sua volta, non basta“Ormai siamo ingessati dalle normative”. È uno dei commenti più delicati, ma tremendamente espliciti, che si sono sentiti in questi giorni, dopo l’entrata in vigore delle nuove normative sulla privacy. Le leggi si applicano, ci mancherebbe altro, ma più di una volta lasciano dietro la loro applicazione e il loro rispetto una scia di amare considerazioni alle quali è doveroso dare voce.

Una legge in sé, per quanto non esattamente brillante in termini di intelligenza pratica, non potrebbe costituire un problema invalicabile per un’azienda, per quanto piccola. Si può dedicare un po’ di tempo, distogliere delle energie dall’attività lavorativa,magari sacrificare un fine settimana di riposo (e già qui ci sarebbe qualcosa da discutere) per mettersi in regola. È una cosa da fare “una tantum” e, in fin dei conti, si tratta di copiare uno dei documenti ricevuti al riguardo,personalizzarlo e spedirlo alla propria mailing list. Già qui si presuppone non solo che si abbia il tempo a disposizione (è un obbligo, bisogna trovarlo), ma anche che si sappia ben utilizzare il computer, che si sappia cosa fare…

Il guaio vero è che quella sulla privacy non è la sola legge a distogliere energie dal lavoro per dedicarle al nuovo mostro sacro dell’economia e del lavoro del terzo millennio: la burocrazia. Torna alla mente la vecchia storiella del contadino andato in città con il suo asino per fare la spesa per tutto il villaggio. Dopo aver caricato il povero animale con ogni sorta di casse e ceste piene di materiale, l’uomo si ricorda di dover comprare un paio di stringhe per il vicino. Le acquista e le carica, a loro volta, sull’asino che, sopraffatto dal peso, si schianta a terra.

Colpa delle stringhe o di tutto quanto già appeso alla soma? Questo è ciò che rischia di accadere, al di là di fardelli che, in altri casi, rischiano di far collassare tutto già solo per se stessi. Purtroppo si sta arrivando al punto in cui ogni attività, in un delirio normativo, per essere svolta richieda decine di patentini, licenze, permessi (tutti ovviamente sottoposti a controlli periodici o casuali).

Se da un lato la garanzia della correttezza formale è un elemento arricchente, dall’altro troppo spesso ci si dimentica che le leggi colpiscono anche realtà minime, come le microimprese o le imprese individuali, per le quali “distrarre le energie” dal lavoro per poterle dedicare agli adempimenti burocratici significa una sola cosa: dedicare il tempo alle carte togliendolo al lavoro. E queste carte, alla fine, sono ben più pesanti di un paio di stringhe.

ancora. I passi da compiere, in realtà, sono due e il secondo è quello della necessità di agire. L’apprezzamento, l’applauso, la pubblicità, da soli, sono solo l’inizio di un cammino diverso, in direzione ostinata e contraria, verrebbe da dire. Invece no, non sarà una direzione contraria a qualcosa, ma favorevole al bello, al buono e, lo si conceda, anche a ciò che è giusto e non solo gustoso.

E tutto questo, però, è Possibile solo “mettendo azione”.

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GIOCARE INSIEME PER FARE RETE

 

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Individualismo? No, grazie, meglio lavorare insieme. Se per anti aspetti la società sembra voler puntare molto sul valore del singolo, a discapito della possibilità di operare collettivamente per un obiettivo comune, d’altro canto, in un numero sempre maggiore di situazioni, si comprende che solo unendo le forze si possono ottenere risultati effettivi.

È, ancora una volta, l’eterno contrasto tra due proverbi che arrivano dalla tradizione popolare e che, come sovente accade, si contraddicono a vicenda: meglio “chi fa da sé fa per tre” o “”l’unione fa la forza”?

Forse la soluzione è in una via di mezzo. Se è vero l’auspicio affermato dal Mahatma Gandhi (“Sii tu il cambiamento che vuoi veder avvenire nel mondo”), questo miglioramento può avvenire cominciando dalla propria sfera personale, dalla propria casa, dalle proprie abitudini, dal pianerottolo, dal giardino.

Se questa è la condizione di partenza, essa però non è destinata a rimanere isolata. Il potere educativo dell’esempio porta all’emulazione e la consapevolezza di non essere soli ad operare in una certa direzione crea comunanza di interessi, di obiettivi, di aiuto reciproco. Sul fondamento di questa vicinanza si fonda poi il passo successivo, ossia quello di agire consapevolmente assieme, non solo per il proprio ambito, ma per moltiplicare (non solo sommare) le energie per raggiungere qualcosa che possa tornare a beneficio di molti, se non addirittura di tutti.

Nasce così l’esperienza delle reti di imprese, la nuova dimensione della cooperazione in cui ad unirsi non sono più solo i singoli, ma aziende ed associazioni, in uno scenario che va oltre quelli delle singole cooperative, ma anche dei consorzi. Un panorama completamente nuovo che si sta allargando ai settori più disparati e che proprio nell’ambito della sostenibilità sta trovando applicazione sempre più vasta e produttiva.

In un mondo del lavoro nel quale le multinazionali occupano spazi sempre più invadenti, riducendo l’ambito di azione delle piccole imprese, solamente un aiuto reciproco può permettere la sopravvivenza delle singole realtà e dare ossigeno vitale alle idee di coloro che in questo modo diverso di fare economia, lavorare e vivere ancora, o di nuovo, credono fermamente.

Gli esempi sono moltissimi e, senza fare molta strada, la presenza di Vivere Sostenibile in nove diverse edizioni, che coprono complessivamente venti province, è già una chiara dimostrazione di come si possa far sentire la propria voce unendola a quella degli altri. La stessa edizione Liguria Ponente è espressione di una rete di imprese, Le Terre di Confine.

L’onda però si estende ben oltre questi confini e inizia a coinvolgere anche Enti pubblici che si avvicinano per obiettivi congiunti e complementari, arrivando anche a collaborazioni internazionali, nei più svariati ambiti.

Questo numero di marzo 2018 di Vivere Sostenibile Liguria Ponente è un ampio (anche se necessariamente non esauriente) cammino lungo questo percorso, tracciato con un unico tema centrale: quello secondo cui lavorare insieme non è solo possibile, ma è meglio. Le testimonianze e i racconti riportati vanno tutti in un’unica direzione: solo giocando assieme si può fare rete, solo facendo rete si possono centrare vittorie importanti.

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L’acqua, il miracolo della vita da maneggiare con cura – Intervista a Kenneth Weiss, Premio Pulitzer 2007

Nella sua presentazione durante il Festival for the Earth, tenutosi a Monaco il 9 e 10 novembre scorsi, il giornalista californiano Kenneth Weiss, vincitore del Premio Pulitzer e reporter di fama mondiale, ha avuto il compito di trarre le conclusioni finali, in un intervento particolarmente incisivo, dal titolo Altered Oceans, tenuto davanti a una platea importante, comprendente anche SAS il Principe Alberto II. Weiss, che ha parlato in particolar modo dello stato di salute dei mari e del pianeta in generale, ha rilasciato a Vivere Sostenibile Liguria Ponente un’intervista che riportiamo nella sua forma integrale.. 


VS: Nell’acqua risiede il miracolo della vita., lei ha comunicato una grande quantità di dati preoccupanti relativi a questa sorgente vitale per l’umanità e gli animali. Se da un lato si sa che questi dati e queste emozioni devono essere divulgati, dall’altro essi suscitano impressioni negative. C’è un qualche “però” o un miglioramento particolare in un qualche settore che ci può aiutare a recuperare la speranza di risolvere la questione?

Weiss: Sì, questa è una materia molto importante. Concordo pienamente che questa umanità ha bisogno di speranza, non solo di storie in cui si vede tutto nero. Il problema è che quelli di noi che sono abbastanza fortunati da vivere in posti ricchi, come l’Italia, la Francia, la Germania o gli Stati Uniti potranno avere difficoltà nell’ammettere i cambiamenti climatici e la crescente carenza di acqua dolce pulita è solo una crisi ad andamento lento che sta montando all’orizzonte. Chi proverà per primo tutto ciò è il “bottom billion”, ossia quel miliardo di persone che, tra i 7,6 miliardi di abitanti del nostro pianeta, sono più povere e più vulnerabili. Negli ultimi anni ho concentrato molti dei miei reportage sulla sostenibilità globale, che definisco come l’avvio di un corso migliore per il nostro pianeta, che aiuterà a provvedere a tutta l’umanità, ma anche a provare a preservare la biodiversità, l’habitat e una parte di natura importante per il sostenimento della vita. Così, quando devo tenere un breve discorso alle persone a convegno in une delle comunità più benestanti al mondo, voglio essere sicuro di riuscire a spiegare che coloro che vivono a Kiribati o in Kenya non dispongono delle stesse possibilità economiche di protezione dalla carenza d’acqua o da altri problemi che si profilano all’orizzonte rispetto a quelle che ci sono, per esempio, a Monaco. E questo è ciò che spesso noi facciamo meglio nel mondo delle comunicazioni: sottolineare i problemi per ottenere l’attenzione della gente. Questo è sempre il primo passo. Oggigiorno ci sono moltissime soluzioni che noi, in quanto specie ingegnosa, possiamo sviluppare ed estendere per aiutare a provvedere a questo numero crescente di esseri umani e a mantenere alcune sembianze del mondo naturale. Quando si parla di acqua, per esempio, la riduzione delle emissioni di CO2 per stabilizzare il pianeta è un punto focale e lo si  può certamente raggiungere, se sapremo risolvere la dipendenza dai carburanti fossili, passando alle fonti alternative di energia, come quella solare e quella eolica, e creando un futuro in cui le emissioni di CO2 siano a livello zero. Potremmo anche aver bisogno di trovare un modo di passare a una riduzione del CO2, che significa isolare parte del diossido di carbonio in eccesso che abbiamo pompato nell’atmosfera, immettendolo negli alberi o nel terreno. Inoltre, la conservazione dell’acqua può essere garantita facilmente. L’irrigazione a goccia promette molto in materia di conservazione dell’acqua. Il riciclo delle acque di scarico, nei Paesi sviluppati con limitata disponibilità di acqua, può essere una grande opzione nella coltivazione. Gli scienziati stanno lavorando allo sviluppo di varietà di colture che crescano in ambiente più arido o siano resistenti al sale; tra esse, in particolar modo, grano, riso e mais, che forniscono circa il 70% delle calorie che consumiamo. La coltivazione del riso in acqua salata, per esempio, rappresenterebbe un enorme beneficio per milioni di persone che sono costrette a migrare dalle loro case, in regioni costiere e nei delta dei fiumi, a causa dell’intrusione dell’acqua salata. Questi sono solo alcuni dei molti esempi di come potremmo meglio conservare le nostre risorse naturali. Tutti offrono una speranza per l’umanità.

VS: Secondo lei, quali sono i principali risultati positivi degli Accordi di Parigi in questo campo? Al Festival for the Earth tutti gli oratori si sono focalizzati sull’innovazione, diffusione e finanziamento delle energie rinnovabili che si prevede possano migliorare lo scenario e quindi, di conseguenza, anche l’acqua; c’è però in questi Accordi qualche impegno specifico relativamente alla difesa delle risorse idriche?

Weiss: Gli Accordi di Parigi sono un passaggio focale nel tentativo di unire praticamente tutte le Nazioni per evitare di trovarci in un cambiamento climatico catastrofico e irreversibile. Nessuno sa con precisione quale sia la linea su cui arrestarsi, ma gli scienziati si sono allineati sulla necessità di mantenere l’incremento della temperatura media globale sotto i 2 gradi Celsius o possibilmente sotto gli 1,5 gradi Celsius. Gli stessi Accordi sono una serie di impegni da parte di pressoché tutti i Paesi, che hanno dichiarato cosa intendono fare per contribuire a ridurre le emissioni di gas serra. Non si rivolgono alle risorse idriche in modo specifico, ma l’acqua è legata in moltissimi modi al riscaldamento del clima. Per esempio, l’atmosfera può contenere più umidità e quindi diventare responsabile dello spostamento delle piogge, di modo che alcuni posti subiscono alluvioni ed altri sono bloccati in un ciclo di siccità devastanti. L’aumento del livello dei mari, poi, può avere un enorme impatto sull’ingresso dell’acqua salata nelle falde acquifere di acqua dolce e sulle acque di superficie. Pertanto, provare a impedire l’aumento delle temperature è un punto focale per evitare eventi meteorologici estremi e per conservare la poca acqua dolce che abbiamo. Gli Accordi di Parigi sono fondamentali per tutto questo. Il bisogno critico di acqua dolce pulita è meglio trattato, però, in un altro lavoro delle Nazioni Unite: gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals), al sito http://www.un.org/sustainabledevelopment/ L’obiettivo n. 6 si rivolge in modo specifico al bisogno di “Garantire a tutti l’accesso all’acqua e alle strutture igienico-sanitarie” .

Kenneth Weiss – Al Festival For the Earth- sullo sfondo: opera di  Rebecca Ballestra, ideatrice del Festival

VS: Dalla sua presentazione si è rilevato che la fornitura di acqua potabile è una priorità per la maggioranza delle persone al mondo. Non ritiene che la priorità dei fondi di Ricerca e Sviluppo esistenti dovrebbe essere rivolta a migliorare i dispositivi di estrazione dell’acqua dall’aria, per esempio, e renderli più economici e pertanto disponibili per molta gente nelle aree deserte?

Weiss: L’estrazione dell’acqua dall’aria è una delle nuove e più promettenti tecnologie in fase di sviluppo, allo scopo di fornire aiuto nelle aree remote ed aride. Alcune scoperte tecnologiche hanno ridotto il quantitativo di energia richiesta per la raccolta dell’acqua dall’aria, ma il processo necessita materiali molto costosi, quali strutture metallo-organiche. Quanto meno, questo è lo stato delle cose. Il mio augurio è che ci siano altre tecnologie che nei prossimi anni possano emergere ed essere d’aiuto. Molto spesso, comunque, ciò di cui abbiamo bisogno sono soluzioni e tecnologie semplici che non si rompano o che siano facili da riparare. Le tecniche di alto livello non funzionano sempre bene in società povere e remote, con scarsa capacità di tenerle in funzione. Pertanto, ad oggi, una delle migliori fonti di acqua è il trattamento e il riciclo delle proprie acque di scarico. Può sembrare disgustoso pensare che che si stia riciclando acqua della propria toilette , ma il processo rimane più semplice e più economico e trattare le acque richiede meno energia che rimuovere il sale dall’acqua di mare. Anziché pensare che semplice significhi stupido, dobbiamo capire che “semplice” può essere “elegante”, e anche più sostenibile. Ho la grande speranza che le nostre menti migliori ci possano aiutare con delle soluzioni. Nel frattempo dobbiamo lavorare sulla conservazione dell’acqua e maneggiare le nostre limitate risorse con la massima cura.

dell’acqua e maneggiare le nostre limitate risorse con la massima cura.

Numero 4 Vivere Sostenibile Liguria Ponente

Gli investimenti in aiuto all’ambiente dopo l’Accordo di Parigi

di Laura Sbruzzi

Sensibilizzare le istituzioni finanziarie alle energie e tecnologie sostenibili ed abbassare il livello di rischio di investimento in questi settori le parole chiave per raggiungere gli obiettivi.

 

Uno degli interventi centrali, al Festival for the Earth, è stato quello di Carlo Carraro, specialista in economia ambientale presso l’Università Cà Foscari di Venezia. Nel suo contributo, il richiamo principale è stato fatto all’innovativo quanto importante appello contenuto nell’accordo di Parigi, affinché si generi un flusso finanziario coerente con la strada intrapresa per la riduzione dei gas serra in favore di uno sviluppo sostenibile, specialmente nei Paesi in via di sviluppo.

Gli impegni assunti dai Paesi sviluppati con tale accordo sono infatti volti anche a fornire finanziamenti per il clima alle Nazioni in via di sviluppo, per aiutarli sia a ridurre le emissioni sia a diventare più resilienti agli effetti dei cambiamenti climatici.

Ad oggi esiste ancora uno scarto importante fra l’impegno preso con l’accordo di Parigi e la riduzione delle emissioni necessarie al raggiungimento dell’ambizioso obiettivo del 2% (fonti: IPCC- Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), e tuttora mancano tecnologie efficaci per lo stoccaggio di energia prodotta da rinnovabili e per quell’assorbimento della CO2 già presente in atmosfera, che porterebbe l’indice di emissioni in negativo (anni 2070-2089). Sono quindi gli investimenti per la mitigazione che avranno verosimilmente un grande effetto economico ed ambientale e che vanno quindi incrementati.

“Il flusso finanziario stimato per raggiungere l’obiettivo del 2% è importante – afferma Carraro – perché si parla di 750 miliardi di Dollari USA all’anno fino al 2030, suddivisi in interventi per mitigazione delle emissioni, efficienza energetica e ricerca e sviluppo, che dovranno aumentare ulteriormente dal 2030 al 2050. Queste cifre apparentemente enormi a livello assoluto sono in realtà solo circa un decimo delle cifre che vengono spese comunque per la creazione di infrastrutture e per tecnologie non sostenibili.Si tratta di ridirigere la spesa”.

La competitività in termini di costi e il ritorno sicuro degli investimenti in centrali a fonti rinnovabili sono già alla base di un’impennata degli investimenti per il clima, che hanno raggiunto cifre pari a 400 miliardi di dollari nel biennio 2014-2016, 70% delle quali provenienti dal settore privato.Tale impegno dei privati ad investire nel settore della mitigazione è fonte di ottimismo per il futuro. Esistono inoltre nuovi strumenti finanziari quali i green bond, forme di assicurazione, partnership pubblico-privato che potranno essere potenziati per offrire agli investitori privati una garanzia quanto al loro livello di rischio.

Garanzie per gli investitori privati fornite da governi e l’intervento delle assicurazioni,come già avviene per il commercio estero,e quindi l’abbassamento del livello di rischio fino a che non diventi uguale al ritorno dei loro investimenti sono le parole chiave individuate da Carraro per incrementare i finanziamenti di nuovi impianti di produzione di energie rinnovabili, specialmente nei Paesi in via di sviluppo.

Le operazioni rivolte all’adattamento e all’efficienza energetica restano invece appannaggio del settore pubblico, che comunque può beneficiarne e fare la differenza. “Grazie allo sviluppo della tecnologia – dice Carraro – alcune soluzioni non solo sono più convenienti e redditizie nel lungo periodo, ma sono addirittura più economiche inizialmente. L’esempio della drastica riduzione rispetto a dieci anni fa, del costo, poniamo, di una lampadina al LED fa sì che per una amministrazione comunale non solo l’introduzione di questa illuminazione sia più conveniente sul lungo periodo, ma addirittura più economica nell’immediato e che le cifre risparmiate consentano di ridurre anche le spese per la manutenzione. Altro esempio è la riduzione del prezzo di acquisto dei pannelli solari negli ultimi anni, che ha reso superflui anche gli incentivi. A livello mondiale, oggigiorno, ciò che frena gli investitori non è più il ritorno, ma il rischio di investimento. Quando il fattore di rischio sarà uguale al ritorno, sarà sicuramente possibile incrementare gli investimenti in questo settore”.

Per concludere, le soluzioni già esistono, anche in campo finanziario.Ciò che invece preoccupaanche gli economisti, proprio perché abituati ad esprimersi in cifre,sono i dati dei livelli di CO2, schizzati quasi di colpo a 403 ppme superato dal settembre 2016 quasi in modo permanente, quando da anni si registrava “solo” 208. Le cose stanno cambiando, ma non abbastanza velocemente. Ecco perché è fondamentale un impegno per accelerare questi processi.

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L’unico “nazionalismo” che ci piace

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di Graziano Consiglieri

In questa fine di 2017, ma a dire il vero già da diverso tempo, quella cui si assiste, a livello politico e soprattutto umano, è una escalation di sentimenti nazionalisti o addirittura localistici, una contrapposizione tra il “noi” e il “loro”, che si sta facendo sempre più tesa, intollerante e, spesso, violenta. Non si sa fino a quale estensione questa recrudescenza, che spesso porta addirittura al razzismo, sia effettivamente espressione del sentimento umano collettivo e quanto, invece, sia abilmente manipolata a fini specifici e interessi particolari di chi potrebbe, o può, trarre giovamento da un’esasperazione estrema del sentimento di appartenenza, sia esso a una razza, un credo religioso, una nazione, un’idea.
Non è compito nostro né nelle finalità del nostro periodico fornire interpretazioni politiche o sociologiche dei fatti di costume o delle dinamiche internazionali e nazionali. In questo contesto, fedeli alla linea che vuole essere quella di trovare e seguire una linea positiva in quanto avviene in noi e attorno a noi, il nostro obiettivo è quello di sottolineare l’unico “nazionalismo”, l’unico “localismo” che ci piace.
L’elogio della “particolarità” che sta a cuore a Vivere Sostenibile Liguria Ponente è quello che riguarda uno stile di vita che, partendo dalle realtà locali, dalle produzioni tipiche, dai patrimoni alimentari (ma anche artistici e culturali), sappia valorizzare, promuovere e utilizzare una ricchezza che si trova a portata di mano.
Parliamo di produzioni a “chilometro zero”, di presidi alimentari “Slow Food” della zona, che nel Ponente ligure stanno crescendo a vista d’occhio, ma anche di realtà che, pur non fregiandosi di classificazioni ufficiali quali Doc, Dop o Igp, siano testimoni del fatto che si può mangiare bene (ma anche vivere bene) partendo da quello che la terra, le città e la cultura più prossime a noi possono offrirci ogni giorno.
In questo senso la promozione di tante aziende che operano nel territorio e per il territorio è davvero la forma di “nazionalismo” che ci piace raccontare.
Ciò non significa chiudersi a quanto altre terre possono offrirci, a come esse possano stimolarci nella ricerca e nella crescita, ma vuol dire avere sempre un occhio attento a tutto, in particolar modo quando di mezzo c’è la nostra vita, che passa attraverso ciò che mangiamo, l’aria che respiriamo e, perché no, anche i rifiuti che produciamo o quanto il nostro essere al mondo influisca su equilibri planetari ai quali molti, soprattutto molti “potenti”, stanno ora voltando le spalle, quasi non fosse un problema che riguarderà anche loro.
Quest’impegno, però, non è privo di attriti e scontri, che diventano assai più problematici di quanto si speri, perché si inseriscono in dinamiche, appunto, internazionali, determinate da scelte che passano ben al di sopra delle volontà della maggioranza.
Un esempio chiaro è dato dalla ridda di accuse reciproche, provvedimenti, cause legali e ricorsi che una bozza di decreto, proveniente da Bruxelles, ha scatenato non appena è stata paventata la volontà di far indicare sulle confezioni di pasta la provenienza del grano con cui è prodotta. Al di là del problema in sé, che meriterebbe un intero giornale solo per essere compreso meglio, ciò che ci preme portare all’attenzione è una domanda assai semplice: “e se cominciassimo, già nel nostro piccolo, a consumare cibo a chilometro zero, sulla cui provenienza possiamo avere un ancorché minimo controllo?”
Sarebbe certamente meno facile, per noi e forse anche meno economico, perché certe produzioni di nicchia o in scala non industriale non permettono abbattimenti mostruosi dei costi; permetterebbe tuttavia diversi vantaggi. Quali? Un diverso rapporto con il cibo, tanto per cominciare, che sarebbe più “assaporato” e meno “consumato”; risparmi economici e ambientali sui trasporti con vantaggi per la comunità; il rifiuto delle dinamiche di sfruttamento di interi popoli che sono schiavizzati per produrre materie prime a bassissimi costi (dei quali ai lavoratori tocca un’ulteriore minima parte); la messa in discussione di chi produce, contemporaneamente cibo per nutrire l’uomo, fertilizzanti e anticrittogamici per preservare le colture e medicinali per ovviare ai danni che essi producono sul corpo umano. L’elenco è lungo. A voi il (dis)piacere di proseguirlo o, meglio, il piacere di trovare soluzioni.