Numero 4 Vivere Sostenibile Liguria Ponente

Gli investimenti in aiuto all’ambiente dopo l’Accordo di Parigi

di Laura Sbruzzi

Sensibilizzare le istituzioni finanziarie alle energie e tecnologie sostenibili ed abbassare il livello di rischio di investimento in questi settori le parole chiave per raggiungere gli obiettivi.

 

Uno degli interventi centrali, al Festival for the Earth, è stato quello di Carlo Carraro, specialista in economia ambientale presso l’Università Cà Foscari di Venezia. Nel suo contributo, il richiamo principale è stato fatto all’innovativo quanto importante appello contenuto nell’accordo di Parigi, affinché si generi un flusso finanziario coerente con la strada intrapresa per la riduzione dei gas serra in favore di uno sviluppo sostenibile, specialmente nei Paesi in via di sviluppo.

Gli impegni assunti dai Paesi sviluppati con tale accordo sono infatti volti anche a fornire finanziamenti per il clima alle Nazioni in via di sviluppo, per aiutarli sia a ridurre le emissioni sia a diventare più resilienti agli effetti dei cambiamenti climatici.

Ad oggi esiste ancora uno scarto importante fra l’impegno preso con l’accordo di Parigi e la riduzione delle emissioni necessarie al raggiungimento dell’ambizioso obiettivo del 2% (fonti: IPCC- Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), e tuttora mancano tecnologie efficaci per lo stoccaggio di energia prodotta da rinnovabili e per quell’assorbimento della CO2 già presente in atmosfera, che porterebbe l’indice di emissioni in negativo (anni 2070-2089). Sono quindi gli investimenti per la mitigazione che avranno verosimilmente un grande effetto economico ed ambientale e che vanno quindi incrementati.

“Il flusso finanziario stimato per raggiungere l’obiettivo del 2% è importante – afferma Carraro – perché si parla di 750 miliardi di Dollari USA all’anno fino al 2030, suddivisi in interventi per mitigazione delle emissioni, efficienza energetica e ricerca e sviluppo, che dovranno aumentare ulteriormente dal 2030 al 2050. Queste cifre apparentemente enormi a livello assoluto sono in realtà solo circa un decimo delle cifre che vengono spese comunque per la creazione di infrastrutture e per tecnologie non sostenibili.Si tratta di ridirigere la spesa”.

La competitività in termini di costi e il ritorno sicuro degli investimenti in centrali a fonti rinnovabili sono già alla base di un’impennata degli investimenti per il clima, che hanno raggiunto cifre pari a 400 miliardi di dollari nel biennio 2014-2016, 70% delle quali provenienti dal settore privato.Tale impegno dei privati ad investire nel settore della mitigazione è fonte di ottimismo per il futuro. Esistono inoltre nuovi strumenti finanziari quali i green bond, forme di assicurazione, partnership pubblico-privato che potranno essere potenziati per offrire agli investitori privati una garanzia quanto al loro livello di rischio.

Garanzie per gli investitori privati fornite da governi e l’intervento delle assicurazioni,come già avviene per il commercio estero,e quindi l’abbassamento del livello di rischio fino a che non diventi uguale al ritorno dei loro investimenti sono le parole chiave individuate da Carraro per incrementare i finanziamenti di nuovi impianti di produzione di energie rinnovabili, specialmente nei Paesi in via di sviluppo.

Le operazioni rivolte all’adattamento e all’efficienza energetica restano invece appannaggio del settore pubblico, che comunque può beneficiarne e fare la differenza. “Grazie allo sviluppo della tecnologia – dice Carraro – alcune soluzioni non solo sono più convenienti e redditizie nel lungo periodo, ma sono addirittura più economiche inizialmente. L’esempio della drastica riduzione rispetto a dieci anni fa, del costo, poniamo, di una lampadina al LED fa sì che per una amministrazione comunale non solo l’introduzione di questa illuminazione sia più conveniente sul lungo periodo, ma addirittura più economica nell’immediato e che le cifre risparmiate consentano di ridurre anche le spese per la manutenzione. Altro esempio è la riduzione del prezzo di acquisto dei pannelli solari negli ultimi anni, che ha reso superflui anche gli incentivi. A livello mondiale, oggigiorno, ciò che frena gli investitori non è più il ritorno, ma il rischio di investimento. Quando il fattore di rischio sarà uguale al ritorno, sarà sicuramente possibile incrementare gli investimenti in questo settore”.

Per concludere, le soluzioni già esistono, anche in campo finanziario.Ciò che invece preoccupaanche gli economisti, proprio perché abituati ad esprimersi in cifre,sono i dati dei livelli di CO2, schizzati quasi di colpo a 403 ppme superato dal settembre 2016 quasi in modo permanente, quando da anni si registrava “solo” 208. Le cose stanno cambiando, ma non abbastanza velocemente. Ecco perché è fondamentale un impegno per accelerare questi processi.

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L’unico “nazionalismo” che ci piace

Sfoglia il numero di dicembre

di Graziano Consiglieri

In questa fine di 2017, ma a dire il vero già da diverso tempo, quella cui si assiste, a livello politico e soprattutto umano, è una escalation di sentimenti nazionalisti o addirittura localistici, una contrapposizione tra il “noi” e il “loro”, che si sta facendo sempre più tesa, intollerante e, spesso, violenta. Non si sa fino a quale estensione questa recrudescenza, che spesso porta addirittura al razzismo, sia effettivamente espressione del sentimento umano collettivo e quanto, invece, sia abilmente manipolata a fini specifici e interessi particolari di chi potrebbe, o può, trarre giovamento da un’esasperazione estrema del sentimento di appartenenza, sia esso a una razza, un credo religioso, una nazione, un’idea.
Non è compito nostro né nelle finalità del nostro periodico fornire interpretazioni politiche o sociologiche dei fatti di costume o delle dinamiche internazionali e nazionali. In questo contesto, fedeli alla linea che vuole essere quella di trovare e seguire una linea positiva in quanto avviene in noi e attorno a noi, il nostro obiettivo è quello di sottolineare l’unico “nazionalismo”, l’unico “localismo” che ci piace.
L’elogio della “particolarità” che sta a cuore a Vivere Sostenibile Liguria Ponente è quello che riguarda uno stile di vita che, partendo dalle realtà locali, dalle produzioni tipiche, dai patrimoni alimentari (ma anche artistici e culturali), sappia valorizzare, promuovere e utilizzare una ricchezza che si trova a portata di mano.
Parliamo di produzioni a “chilometro zero”, di presidi alimentari “Slow Food” della zona, che nel Ponente ligure stanno crescendo a vista d’occhio, ma anche di realtà che, pur non fregiandosi di classificazioni ufficiali quali Doc, Dop o Igp, siano testimoni del fatto che si può mangiare bene (ma anche vivere bene) partendo da quello che la terra, le città e la cultura più prossime a noi possono offrirci ogni giorno.
In questo senso la promozione di tante aziende che operano nel territorio e per il territorio è davvero la forma di “nazionalismo” che ci piace raccontare.
Ciò non significa chiudersi a quanto altre terre possono offrirci, a come esse possano stimolarci nella ricerca e nella crescita, ma vuol dire avere sempre un occhio attento a tutto, in particolar modo quando di mezzo c’è la nostra vita, che passa attraverso ciò che mangiamo, l’aria che respiriamo e, perché no, anche i rifiuti che produciamo o quanto il nostro essere al mondo influisca su equilibri planetari ai quali molti, soprattutto molti “potenti”, stanno ora voltando le spalle, quasi non fosse un problema che riguarderà anche loro.
Quest’impegno, però, non è privo di attriti e scontri, che diventano assai più problematici di quanto si speri, perché si inseriscono in dinamiche, appunto, internazionali, determinate da scelte che passano ben al di sopra delle volontà della maggioranza.
Un esempio chiaro è dato dalla ridda di accuse reciproche, provvedimenti, cause legali e ricorsi che una bozza di decreto, proveniente da Bruxelles, ha scatenato non appena è stata paventata la volontà di far indicare sulle confezioni di pasta la provenienza del grano con cui è prodotta. Al di là del problema in sé, che meriterebbe un intero giornale solo per essere compreso meglio, ciò che ci preme portare all’attenzione è una domanda assai semplice: “e se cominciassimo, già nel nostro piccolo, a consumare cibo a chilometro zero, sulla cui provenienza possiamo avere un ancorché minimo controllo?”
Sarebbe certamente meno facile, per noi e forse anche meno economico, perché certe produzioni di nicchia o in scala non industriale non permettono abbattimenti mostruosi dei costi; permetterebbe tuttavia diversi vantaggi. Quali? Un diverso rapporto con il cibo, tanto per cominciare, che sarebbe più “assaporato” e meno “consumato”; risparmi economici e ambientali sui trasporti con vantaggi per la comunità; il rifiuto delle dinamiche di sfruttamento di interi popoli che sono schiavizzati per produrre materie prime a bassissimi costi (dei quali ai lavoratori tocca un’ulteriore minima parte); la messa in discussione di chi produce, contemporaneamente cibo per nutrire l’uomo, fertilizzanti e anticrittogamici per preservare le colture e medicinali per ovviare ai danni che essi producono sul corpo umano. L’elenco è lungo. A voi il (dis)piacere di proseguirlo o, meglio, il piacere di trovare soluzioni.

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La triste debolezza del proclama, l’inarrestabile forza dell’impegno

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È un mondo che sta cambiando, e anche molto velocemente, quello in cui ci troviamo a vivere. Se i nostri nonni (o i bisnonni di chi è più giovane) si trovavano a vivere in un ambiente che non si discostava poi tantissimo da quello dei loro avi, gli scenari che i nostri figli e noi stessi affrontiamo oggi sono distanti anni luce da quanto eravamo abituati a vedere ed ascoltare anche soltanto una ventina di anni fa.

Questo processo di radicale modifica assume, a seconda delle sue sfaccettature, denominazioni sempre diverse. Si parla così di globalizzazione e di flussi di migrazione, di effetto serra, di uso dei social network, come anche di permacultura, di consapevolezza, di transizione e di picco del petrolio. L’elenco potrebbe continuare per ore.

Risvolti negativi e positivi si intrecciano, in una danza che, per quanto si possa fare resistenza, sembra ormai aver assunto un passo inarrestabile. È qui, proprio su questa considerazione, che la lettura di quanto avviene al mondo e nel mondo che ci circonda e ci ingloba (visto che non siamo entità astratte dal nostro ambiente di vita) si suddivide in due atteggiamenti, radicalmente opposti.

Da una parte, appunto, c’è la “resistenza” o, per meglio dire, l’opposizione dura al cambiamento. La difesa dello “status quo”, se da un lato racchiude anche elementi positivi, quali la tutela delle tradizioni, l’utilizzo di strategie e mezzi nuovi, la ferma negazione di finti progressi che in realtà sono solo trappole per l’uomo (anche senza cadere in teorie complottistiche), dall’altro porta spesso a una situazione “muro contro muro” che, davanti all’ineluttabilità di alcuni processi, non fa che acuire scontri, contrapposizioni e, in ultima analisi, anche violenza.

Dall’altra parte c’è la supina accettazione di tutto, quasi ogni cosa che sta accadendo si verificasse ormai al di fuori dei limiti del controllo umano. “Il mondo va così e dobbiamo accettarlo”. La rassegnazione, in modo più silenzioso, si sta infiltrando e sta minando la possibilità di indirizzare i cambiamenti verso un progresso. La conseguenza può essere, in questo caso, una deriva che non si sa dove possa portare.

Da qui, da queste due reazioni, nascono i proclami, che rimbalzano nel mondo con velocità che, esaltate dai “social”, erano impensabili fino a dieci anni fa. Esternazioni da bar si sdoganano dalla scrollata di spalle che un tempo le confinava al ristretto ambito del bancone e diventano “verbo evangelico rivelato”. Bufale create quasi ad arte, o forse proprio ad arte, acuiscono a bella posta, alternativamente, lo sdegno, la rabbia o un senso frustrante di ineluttabilità.

Sarà questo il mondo che davvero ci attende? Sì, sarà questo, ma… Ma c’è una via. Abbiamo raccontato di resistenza e rassegnazione, abbiamo parlato di “reazioni”. Ci piace invece parlare di “azioni”. Il mondo sta cambiando velocemente e forse saremo spesso un passo indietro a quanto avviene ma la via c’è e si chiama “impegno”. Un impegno che parte dal proprio piccolo, dalla consapevolezza (rieccola!) che se cambio il mio metro quadrato di vita ho già cambiato il mondo, dal fatto che la Storia, sì, proprio quella con la S maiuscola, la possono fare (a discapito di quello che ci raccontano i libri) anche tutti coloro che scrivono la loro storia di tutti i giorni. Impegno, senza scuse e senza rinvii, senza deprimersi nelle sconfitte che ci saranno, senza esaltarsi per le conquiste, ma rimanendo sempre attenti e sapendo, ed è quello che è più importante, che in questo cammino, per fortuna, non si è soli, si è maggioranza.

 

Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento. (Leon C. Megginson, frase spesso erroneamente attribuita a Charles Darwin)

 

Graziano Consiglieri

Cronaca

Una legge contro lo spreco alimentare, una legge a favore della solidarietà

 

di Graziano Consiglieri

Mancano ancora alcuni decreti attuativi, che il Ministero della Sanità deve emettere, ma la legge contro lo spreco alimentare è già effettiva, al punto che in molte situazioni è già utilizzata. Grazie a questa legge, tutti i soggetti impegnati nella filiera alimentare potranno, in modo semplificato e spesso anche economicamente conveniente, donare le loro eccedenze a quegli enti pubblici e privati che perseguono finalità civiche e solidaristiche senza scopo di lucro.

La firmataria principale di uno dei testi che hanno poi portato alla stesura definitiva della legge n. 166 del 19 agosto 2016 è la senatrice Laura Puppato, la quale, in una serie di incontri pubblici organizzati in diverse parti d’Italia, ha presentato i dati essenziali e gli enormi vantaggi che possono derivare per tutti da una limitazione degli sprechi alimentari e da una ragionata regolamentazione del loro utilizzo.

“Innanzitutto – afferma la senatrice Puppato – questa legge rappresenta una semplificazione e regolazione di quanto alcuni stavano già facendo. Si tratta però soprattutto dell’apertura di veri e propri mondi nuovi, visto che i soggetti che possono usufruirne sono sia i produttori (siano essi a carattere industriale, artigianale o agricolo), sia i soggetti della filiera. La portata è enorme, considerato che, ad esempio, sulla terra restano oltre due milioni di tonnellate di prodotti agricoli che non verranno mai consumati. Il terzo aspetto positivo è rappresentato dal fatto che questa è anche una conseguenza diretta del manifesto ambientale siglato all’Expo di Milano da circa 150 Paesi: un protocollo sul cibo e sui temi ambientali e della sostenibilità, indispensabile nella situazione attuale”.

E proprio lo stato attuale della nutrizione nel pianeta dice che la fame nel mondo riguarda 870 milioni di persone e che, secondo i dati diffusi dall’Onu alcuni mesi fa, nei tre Paesi più colpiti, ossia Somalia, Sud Sudan e Yemen, complessivamente 20 milioni si individui sono a rischio di morte.

A ciò si aggiunga che sono circa 250 i milioni di profughi ambientali che per siccità, carestia e alluvioni potrebbero essere costretti a breve a fuggire dal Sud del mondo. Sono dati che fanno comprendere quanto sia fondamentale utilizzare risorse alimentari altrimenti sprecate.

“Un altro fine importante della legge – afferma ancora la senatrice Puppato – è rappresentato dalla sostenibilità agricola. La Terra è sfruttata ben oltre le sue capacità produttive, oltretutto con consumo di acqua, emissioni di gas e uso di pesticidi, per prodotti che poi non vengono consumati. Ciò che serve è un diverso consumo della produzione alimentare, da parte di persone che non siano consumatori, ma cittadini responsabili che vogliono essere vivi in un mondo sano”.

Nell’Unione Europea non esiste un regolamento in materia, ed è proprio l’Italia in questo caso, il Paese capofila. Alla stesura del disegno di legge hanno partecipato anche le associazioni.

“Uno dei principali fini – sostiene Laura Puppato – era anche la volontà di attivarsi senza dover escogitare qualcosa, evitando così anche conseguenze legali. Lo spreco riguarda infatti anche i medicinali; un aspetto delicato che però può permettere di utilizzare i farmaci in soprannumero e quelli prossimi alla data di scadenza. In ogni caso, è tutta la legge ad avere una serie di beneficiari, a cominciare dai “mondi” per i quali la possibilità di donare era finora esclusa. La legge prevede opportunità fiscali: essendo il dono un valore, si permetterà di scaricare la produzione donata dai registri di carico. Oltretutto, il fatto stesso di donare già di per se comporta alle aziende anche dei costi ulteriori, che saranno detraibili. Inoltre, la possibilità costituisce un risparmio economico anche per l’azienda, perché l’alternativa dello smaltimento costa e genera rifiuti, con ulteriori spese anche per la collettività. Gli stessi Comuni potranno prevedere una tassazione ridotta sui rifiuti. Crediti di imposta sono destinati al finanziamento di progetti innovativi per limitare gli sprechi – per esempio per acquistare i macchinari per la vendita di prodotti sfusi – per riutilizzare le eccedenze e promuovere la produzione di imballaggi riutilizzabili o facilmente riciclabili. Altrettanto verrà destinato alla promozione dell’utilizzo delle cosiddette “doggy bags” dei ristoranti per portarsi a casa gli avanzi”.

Al di là dell’economia, quindi, ciò che è da sottolineare è l’aspetto umanitario dell’iniziativa.

“Come tutte le leggi, anche questa è migliorabile – conclude la senatrice Puppato – ma è un passo importante per essere operativi nella solidarietà, è un segno importante nella lotta all’indifferenza in un mondo in cui, ogni anno, 29 milioni di persone muoiono di fame e 36 milioni invece per disturbi dovuti all’obesità; in cui finiscono in totale nelle discariche 1,3 miliardi di tonnellate di cibo che potrebbero nutrire quattro volte gli affamati attuali, senza contare i 520 milioni di metri cubi di acqua che vanno a loro volta sprecati. Una legislazione che, oltretutto, può finire per limitare anche i reati ambientali, i più frequenti in uso alle mafie”.

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Il cibo, la benzina giusta per il nostro motore

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di Graziano Consiglieri

 

Quando vennero introdotti i motori “verdi”, anni fa, una prima necessità imprescindibile fu quella di abbandonare la benzina “super”, per iniziare a utilizzare quella senza piombo. Allo stesso modo, nel momento in cui un essere umano vuole operare un cambiamento nella propria vita, una delle prime questioni che deve affrontare è quale “benzina”, ossia quale cibo, introdurre nel proprio corpo per avere energia.

Al di là di ogni orientamento alimentare (onnivoro, vegetariano, vegano, fruttariano, crudista…), ci sono alcuni dati comuni a tutti e che tutti dovrebbero considerare nel momento in cui si mettono a tavola e si accingono a consumare, o meglio sarebbe dire assumere, il proprio pasto, tenendo ben presente che una corretta e sana alimentazione – dando vitalità al sistema immunitario – concede maggiori possibilità di rimanere sani.

Il primo aspetto si palesa ben prima dell’imbracciare la forchetta e anche di iniziare a cucinare. Il primo passo si verifica al momento della spesa. Se non si ha la fortuna di avere un proprio orto (che comunque è quasi mai insufficiente) l’attenzione è da porre durante l’acquisto, eliminando il concetto di prezzo come unico parametro, fatto che induce solo alla mercificazione di beni e servizi, e rivalutando il concetto di valore delle cose e delle attività. Un pane che costa più della media non è caro se è fatto in un certo modo, con certe farine e una cura del prodotto, e finisce per sostituisce quello a più buon mercato perché i suoi nutrienti e i suoi contenuti vivi permettono di mangiarne la metà per essere sazi.

La scelta va orientata verso il cibo fresco, in quanto ancora “vivo” e ricco pertanto di sostanze positive. Spazio quindi, se è possibile, all’autoproduzione, all’acquisto diretto da persone di cui si conosce la tecnica agronomica naturale, a negozi di cui si conosca l’impegno in questo settore, fino alla costituzione di gruppi di acquisto, alla costituzione di reti di aziende che, aperte alle visite dei clienti, applichino tecniche eco-sostenibili, arrivando alla valorizzazione e all’incentivo della produzione locale di qualità: una scelta sostenibile nella direzione del benessere, ma anche per un rilancio effettivo nella rilocalizzazione dell’economia.

Oltre alle buone pratiche alimentari, che un buon nutrizionista può suggerire e personalizzare, e ad evitare bevande, cibi e anche contenitori che sono provati avere un effetto negativo sul nostro “motore”, un ultimo ma essenziale punto è costituito non solo dalla “benzina” ma anche dalle modalità tecniche con cui si fa “rifornimento” al nostro motore. Troppo spesso il pasto – svilito a “pit stop”, a una sosta velocissima per ingoiare energia, più adatta a un bolide di Formula 1 che a un essere umano – sta diventando una parentesi rapida tra mille impegni, pressato nei tempi del lavoro e dalle navigazioni sui social o le risposte agli sms. In queste dinamiche sono spariti i tempi in cui la famiglia, a metà e al termine della propria giornata, si ritrovava attorno alla tavola a condividere non solo il cibo ma tutto quanto si stava vivendo o si era vissuto in quella giornata. C’era, allora, e andrebbe recuperata, ora, quella consapevolezza secondo la quale, oltre ai valori nutritivi, alle calorie e alle sostanze chimiche necessarie a un organismo, il mangiare assieme dava qualcosa in più: la comunanza, l’essere vicini, l’essere una prima cellula di società alimentata non solo dallo stesso cibo e dalla stessa energia ma dalla volontà di impiegarli per qualcosa di comune a tutti.

Numero 1 Vivere Sostenibile Liguria Ponente, Senza categoria

Il cambiamento, una scelta necessaria

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Mai come in questo periodo, nelle menti di noi comuni mortali, si aggira con crescente frequenza, come uno spettro o una speranza, una parola che, comunque la si guardi, non lascia tranquilli. Questa parola, che arriva a turbare stabilità e abitudini, che scuote le certezze e genera inquietudine o aspettative, è anche una parola che ci fa uscire dalla consueta routine, che ci apre nuovi orizzonti, che stimola la creatività, che crea nuove opportunità. Questa parola è “cambiamento”.

Se il cambiamento viene a mancare, il corpo e la mente non crescono, non si evolvono; senza di esso saremmo rimasti bambini o adolescenti oppure ci troveremmo ancora in situazioni difficili o infelici dalle quali, invece, siamo riusciti a riemergere. Di più: se non seguissimo questa maturazione non si avvierebbe solo un periodo di stasi ma una vera involuzione.
Troppo spesso, però, si confonde il cambiamento con una rincorsa affannosa a tutto quanto viene bollato con il termine generico di “progresso” ma che spesso, come capita sempre più di vedere ad esempio in agricoltura, non è un progredire verso il meglio ma verso le situazioni di comodo, senza curarsi del fatto che tante soluzioni a buon mercato portano poi a pagare conti assai salati.
Sovente queste “mutazioni” hanno fatto rigettare quanto poteva essere più faticoso ma anche più rispondente ai percorsi naturali, nella vita, nell’alimentazione, nella cura del corpo, della mente e dello spirito. Si è cercato il tutto e subito, dimenticando la pazienza del contadino, i cicli delle stagioni, i percorsi dello spirito, dimenticando cioè l’aspetto essenziale del cambiamento: i suoi tempi, la fatica, il rispetto della natura, sia essa umana o circostante.
Spesso si pensa al recupero delle tradizioni e della sostenibilità umana ed ambientale come a un ritorno al passato, all’incapacità di “stare al passo con i tempi”. In realtà, il cambiamento comporta anche il recupero di quanto il passato ci può trasmettere di positivo, aggiungendo ciò che di meglio siamo riusciti ad ottenere in secoli di crescita umana. Non buttare via il passato, non rinnegare quanto di positivo c’è stato nella crescita.
È un cambiamento globale, quello che si prospetta e che questo periodico trimestrale vuole provare a seguire e raccontare, ma quella da condurre è principalmente una sfida personale. Non esiste cambiamento nel proprio mondo se la persona non cambia e, parimenti, se la persona cambia, tutto il mondo cambia con lei. Se si vuole operare nel mondo, occorre iniziare dal proprio ambito: è il più vicino, anche se spesso non il più semplice. Giova però ricordare due frasi note di Lao Tse: “Anche un viaggio di mille miglia inizia con un passo” e “Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla”.
Per cambiare occorre però il coraggio di uscire dalla propria “zona di comodo” e di rischiare. Occorre vincere la paura, avvicinarsi al precipizio della propria vita, spiegare le ali, fare un passo avanti e iniziare a volare.