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L’unico “nazionalismo” che ci piace

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di Graziano Consiglieri

In questa fine di 2017, ma a dire il vero già da diverso tempo, quella cui si assiste, a livello politico e soprattutto umano, è una escalation di sentimenti nazionalisti o addirittura localistici, una contrapposizione tra il “noi” e il “loro”, che si sta facendo sempre più tesa, intollerante e, spesso, violenta. Non si sa fino a quale estensione questa recrudescenza, che spesso porta addirittura al razzismo, sia effettivamente espressione del sentimento umano collettivo e quanto, invece, sia abilmente manipolata a fini specifici e interessi particolari di chi potrebbe, o può, trarre giovamento da un’esasperazione estrema del sentimento di appartenenza, sia esso a una razza, un credo religioso, una nazione, un’idea.
Non è compito nostro né nelle finalità del nostro periodico fornire interpretazioni politiche o sociologiche dei fatti di costume o delle dinamiche internazionali e nazionali. In questo contesto, fedeli alla linea che vuole essere quella di trovare e seguire una linea positiva in quanto avviene in noi e attorno a noi, il nostro obiettivo è quello di sottolineare l’unico “nazionalismo”, l’unico “localismo” che ci piace.
L’elogio della “particolarità” che sta a cuore a Vivere Sostenibile Liguria Ponente è quello che riguarda uno stile di vita che, partendo dalle realtà locali, dalle produzioni tipiche, dai patrimoni alimentari (ma anche artistici e culturali), sappia valorizzare, promuovere e utilizzare una ricchezza che si trova a portata di mano.
Parliamo di produzioni a “chilometro zero”, di presidi alimentari “Slow Food” della zona, che nel Ponente ligure stanno crescendo a vista d’occhio, ma anche di realtà che, pur non fregiandosi di classificazioni ufficiali quali Doc, Dop o Igp, siano testimoni del fatto che si può mangiare bene (ma anche vivere bene) partendo da quello che la terra, le città e la cultura più prossime a noi possono offrirci ogni giorno.
In questo senso la promozione di tante aziende che operano nel territorio e per il territorio è davvero la forma di “nazionalismo” che ci piace raccontare.
Ciò non significa chiudersi a quanto altre terre possono offrirci, a come esse possano stimolarci nella ricerca e nella crescita, ma vuol dire avere sempre un occhio attento a tutto, in particolar modo quando di mezzo c’è la nostra vita, che passa attraverso ciò che mangiamo, l’aria che respiriamo e, perché no, anche i rifiuti che produciamo o quanto il nostro essere al mondo influisca su equilibri planetari ai quali molti, soprattutto molti “potenti”, stanno ora voltando le spalle, quasi non fosse un problema che riguarderà anche loro.
Quest’impegno, però, non è privo di attriti e scontri, che diventano assai più problematici di quanto si speri, perché si inseriscono in dinamiche, appunto, internazionali, determinate da scelte che passano ben al di sopra delle volontà della maggioranza.
Un esempio chiaro è dato dalla ridda di accuse reciproche, provvedimenti, cause legali e ricorsi che una bozza di decreto, proveniente da Bruxelles, ha scatenato non appena è stata paventata la volontà di far indicare sulle confezioni di pasta la provenienza del grano con cui è prodotta. Al di là del problema in sé, che meriterebbe un intero giornale solo per essere compreso meglio, ciò che ci preme portare all’attenzione è una domanda assai semplice: “e se cominciassimo, già nel nostro piccolo, a consumare cibo a chilometro zero, sulla cui provenienza possiamo avere un ancorché minimo controllo?”
Sarebbe certamente meno facile, per noi e forse anche meno economico, perché certe produzioni di nicchia o in scala non industriale non permettono abbattimenti mostruosi dei costi; permetterebbe tuttavia diversi vantaggi. Quali? Un diverso rapporto con il cibo, tanto per cominciare, che sarebbe più “assaporato” e meno “consumato”; risparmi economici e ambientali sui trasporti con vantaggi per la comunità; il rifiuto delle dinamiche di sfruttamento di interi popoli che sono schiavizzati per produrre materie prime a bassissimi costi (dei quali ai lavoratori tocca un’ulteriore minima parte); la messa in discussione di chi produce, contemporaneamente cibo per nutrire l’uomo, fertilizzanti e anticrittogamici per preservare le colture e medicinali per ovviare ai danni che essi producono sul corpo umano. L’elenco è lungo. A voi il (dis)piacere di proseguirlo o, meglio, il piacere di trovare soluzioni.

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