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È ancora possibile comunicare

“Individualismo, egocentrismo, ignoranza della materia e presunzione. Un cocktail esplosivo che, in effetti, sta deflagrando in tutta la vita sociale, in questi tempi in cui il dialogo ha lasciato posto al monologo e le
idee proprie, per quanto non suffragate da prove o da ragionamenti oggettivi, sono diventate spesso verbo inconfutabile…”

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Si può vivere di Eccellenze

 

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Crisi dei mercati, basso profilo, concorrenza sui prezzi, globalizzazione della produzione, massificazione di articoli e proposte di bassa qualità sugli scaffali dei supermercati, nell’offerta culturale e turistica, nell’istruzione, tagli alla spesa pubblica, alle fasce deboli, allo studio, all’arte.

L’elenco potrebbe continuare per tutta la durata dell’articolo. Sono tantissime le condizioni avverse che stanno abbassando la fiducia, la spinta vitale di chi lavora, di chi ancora si sforza di opporsi a una commercializzazione sfrenata di ogni aspetto della vita umana, a un procedimento che considera solo il valore monetario e finanziario e dimentica ogni altra componente, soprattutto quelle che servono a dare il vero valore di un prodotto, di un’idea, di un’azione; aspetti che non si possono misurare con il corrispondente

prezzo monetario, scelto universalmente come unità di misura esclusiva per tutto ciò che si fa o si è.

C’è, e in molti provano da tempo a metterlo in pratica, un altro modo di valutare, apprezzare e dare merito all’attività produttiva, sociale, culturale, turistica di un territorio.

C’è e si chiama rispetto per l’eccellenza. Quando si parla di eccellenze italiane (e anche quelle liguri, di cui ci vogliamo occupare in particolare) il pensiero va subito ai “punti forti” dell’economia: l’enogastronomia, il turismo, la produzione artigianale, ma spesso, troppo spesso, tutto si ferma alla contemplazione estatica di quanto molti siano in grado di fare. Si esalta la bellezza di alcune opere o di qualche bel paesaggio, si gusta il sapore di un prodotto genuino, si ringrazia per un servizio turistico di alta qualità, si lodano il significato e lo sforzo di chi ancora crede che la cultura e l’istruzione possano essere settori trainanti, ma poi tutto si ferma lì, alla fruizione di quanto di buono si è trovato.

Non basta più. C’è da fare un passo in più e non lo si può procrastinare. Questo scatto ulteriore è quello di promuovere, incentivare, propagandare queste eccellenze che animano e costituiscono il cuore, davvero il “punto forte” di quanto un territorio può produrre.

Prima di iniziare a lavorare su un numero di Vivere Sostenibile Liguria Ponente ci si chiede sempre quale sarà il motivo conduttore. Da sempre questa traccia, poi, emerge da sola, durante la preparazione delle pagine, e a dettarla sono sempre, in una splendida sintonia, gli articoli che riceviamo dai nostri collaboratori. Questa edizione di giugno 2018, alle soglie di un’estate su cui si stendono grigie ombre politiche e, forse, anche meteorologiche, si è così trovata ad essere indirizzata verso l’esaltazione delle eccellenze della nostra terra. È stato un coro comune, composto da voci polifoniche, tutte orientate al proprio ambito di attività, ma concordi nel sottolineare come, sotto questa coltre di condizionamenti negativi che sembrano voler e poter soffocare ogni libera iniziativa, si celi invece ancora un cuore pulsante, una spinta che non si può fermare, la voglia di riaffermare valori e lavori che la massificazione e la banalizzazione non possono cancellare.

Il fatto di rendere noto tutto ciò, a sua volta, non basta“Ormai siamo ingessati dalle normative”. È uno dei commenti più delicati, ma tremendamente espliciti, che si sono sentiti in questi giorni, dopo l’entrata in vigore delle nuove normative sulla privacy. Le leggi si applicano, ci mancherebbe altro, ma più di una volta lasciano dietro la loro applicazione e il loro rispetto una scia di amare considerazioni alle quali è doveroso dare voce.

Una legge in sé, per quanto non esattamente brillante in termini di intelligenza pratica, non potrebbe costituire un problema invalicabile per un’azienda, per quanto piccola. Si può dedicare un po’ di tempo, distogliere delle energie dall’attività lavorativa,magari sacrificare un fine settimana di riposo (e già qui ci sarebbe qualcosa da discutere) per mettersi in regola. È una cosa da fare “una tantum” e, in fin dei conti, si tratta di copiare uno dei documenti ricevuti al riguardo,personalizzarlo e spedirlo alla propria mailing list. Già qui si presuppone non solo che si abbia il tempo a disposizione (è un obbligo, bisogna trovarlo), ma anche che si sappia ben utilizzare il computer, che si sappia cosa fare…

Il guaio vero è che quella sulla privacy non è la sola legge a distogliere energie dal lavoro per dedicarle al nuovo mostro sacro dell’economia e del lavoro del terzo millennio: la burocrazia. Torna alla mente la vecchia storiella del contadino andato in città con il suo asino per fare la spesa per tutto il villaggio. Dopo aver caricato il povero animale con ogni sorta di casse e ceste piene di materiale, l’uomo si ricorda di dover comprare un paio di stringhe per il vicino. Le acquista e le carica, a loro volta, sull’asino che, sopraffatto dal peso, si schianta a terra.

Colpa delle stringhe o di tutto quanto già appeso alla soma? Questo è ciò che rischia di accadere, al di là di fardelli che, in altri casi, rischiano di far collassare tutto già solo per se stessi. Purtroppo si sta arrivando al punto in cui ogni attività, in un delirio normativo, per essere svolta richieda decine di patentini, licenze, permessi (tutti ovviamente sottoposti a controlli periodici o casuali).

Se da un lato la garanzia della correttezza formale è un elemento arricchente, dall’altro troppo spesso ci si dimentica che le leggi colpiscono anche realtà minime, come le microimprese o le imprese individuali, per le quali “distrarre le energie” dal lavoro per poterle dedicare agli adempimenti burocratici significa una sola cosa: dedicare il tempo alle carte togliendolo al lavoro. E queste carte, alla fine, sono ben più pesanti di un paio di stringhe.

ancora. I passi da compiere, in realtà, sono due e il secondo è quello della necessità di agire. L’apprezzamento, l’applauso, la pubblicità, da soli, sono solo l’inizio di un cammino diverso, in direzione ostinata e contraria, verrebbe da dire. Invece no, non sarà una direzione contraria a qualcosa, ma favorevole al bello, al buono e, lo si conceda, anche a ciò che è giusto e non solo gustoso.

E tutto questo, però, è Possibile solo “mettendo azione”.

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L’unico “nazionalismo” che ci piace

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di Graziano Consiglieri

In questa fine di 2017, ma a dire il vero già da diverso tempo, quella cui si assiste, a livello politico e soprattutto umano, è una escalation di sentimenti nazionalisti o addirittura localistici, una contrapposizione tra il “noi” e il “loro”, che si sta facendo sempre più tesa, intollerante e, spesso, violenta. Non si sa fino a quale estensione questa recrudescenza, che spesso porta addirittura al razzismo, sia effettivamente espressione del sentimento umano collettivo e quanto, invece, sia abilmente manipolata a fini specifici e interessi particolari di chi potrebbe, o può, trarre giovamento da un’esasperazione estrema del sentimento di appartenenza, sia esso a una razza, un credo religioso, una nazione, un’idea.
Non è compito nostro né nelle finalità del nostro periodico fornire interpretazioni politiche o sociologiche dei fatti di costume o delle dinamiche internazionali e nazionali. In questo contesto, fedeli alla linea che vuole essere quella di trovare e seguire una linea positiva in quanto avviene in noi e attorno a noi, il nostro obiettivo è quello di sottolineare l’unico “nazionalismo”, l’unico “localismo” che ci piace.
L’elogio della “particolarità” che sta a cuore a Vivere Sostenibile Liguria Ponente è quello che riguarda uno stile di vita che, partendo dalle realtà locali, dalle produzioni tipiche, dai patrimoni alimentari (ma anche artistici e culturali), sappia valorizzare, promuovere e utilizzare una ricchezza che si trova a portata di mano.
Parliamo di produzioni a “chilometro zero”, di presidi alimentari “Slow Food” della zona, che nel Ponente ligure stanno crescendo a vista d’occhio, ma anche di realtà che, pur non fregiandosi di classificazioni ufficiali quali Doc, Dop o Igp, siano testimoni del fatto che si può mangiare bene (ma anche vivere bene) partendo da quello che la terra, le città e la cultura più prossime a noi possono offrirci ogni giorno.
In questo senso la promozione di tante aziende che operano nel territorio e per il territorio è davvero la forma di “nazionalismo” che ci piace raccontare.
Ciò non significa chiudersi a quanto altre terre possono offrirci, a come esse possano stimolarci nella ricerca e nella crescita, ma vuol dire avere sempre un occhio attento a tutto, in particolar modo quando di mezzo c’è la nostra vita, che passa attraverso ciò che mangiamo, l’aria che respiriamo e, perché no, anche i rifiuti che produciamo o quanto il nostro essere al mondo influisca su equilibri planetari ai quali molti, soprattutto molti “potenti”, stanno ora voltando le spalle, quasi non fosse un problema che riguarderà anche loro.
Quest’impegno, però, non è privo di attriti e scontri, che diventano assai più problematici di quanto si speri, perché si inseriscono in dinamiche, appunto, internazionali, determinate da scelte che passano ben al di sopra delle volontà della maggioranza.
Un esempio chiaro è dato dalla ridda di accuse reciproche, provvedimenti, cause legali e ricorsi che una bozza di decreto, proveniente da Bruxelles, ha scatenato non appena è stata paventata la volontà di far indicare sulle confezioni di pasta la provenienza del grano con cui è prodotta. Al di là del problema in sé, che meriterebbe un intero giornale solo per essere compreso meglio, ciò che ci preme portare all’attenzione è una domanda assai semplice: “e se cominciassimo, già nel nostro piccolo, a consumare cibo a chilometro zero, sulla cui provenienza possiamo avere un ancorché minimo controllo?”
Sarebbe certamente meno facile, per noi e forse anche meno economico, perché certe produzioni di nicchia o in scala non industriale non permettono abbattimenti mostruosi dei costi; permetterebbe tuttavia diversi vantaggi. Quali? Un diverso rapporto con il cibo, tanto per cominciare, che sarebbe più “assaporato” e meno “consumato”; risparmi economici e ambientali sui trasporti con vantaggi per la comunità; il rifiuto delle dinamiche di sfruttamento di interi popoli che sono schiavizzati per produrre materie prime a bassissimi costi (dei quali ai lavoratori tocca un’ulteriore minima parte); la messa in discussione di chi produce, contemporaneamente cibo per nutrire l’uomo, fertilizzanti e anticrittogamici per preservare le colture e medicinali per ovviare ai danni che essi producono sul corpo umano. L’elenco è lungo. A voi il (dis)piacere di proseguirlo o, meglio, il piacere di trovare soluzioni.