Numero 4 Vivere Sostenibile Liguria Ponente

Gli investimenti in aiuto all’ambiente dopo l’Accordo di Parigi

di Laura Sbruzzi

Sensibilizzare le istituzioni finanziarie alle energie e tecnologie sostenibili ed abbassare il livello di rischio di investimento in questi settori le parole chiave per raggiungere gli obiettivi.

 

Uno degli interventi centrali, al Festival for the Earth, è stato quello di Carlo Carraro, specialista in economia ambientale presso l’Università Cà Foscari di Venezia. Nel suo contributo, il richiamo principale è stato fatto all’innovativo quanto importante appello contenuto nell’accordo di Parigi, affinché si generi un flusso finanziario coerente con la strada intrapresa per la riduzione dei gas serra in favore di uno sviluppo sostenibile, specialmente nei Paesi in via di sviluppo.

Gli impegni assunti dai Paesi sviluppati con tale accordo sono infatti volti anche a fornire finanziamenti per il clima alle Nazioni in via di sviluppo, per aiutarli sia a ridurre le emissioni sia a diventare più resilienti agli effetti dei cambiamenti climatici.

Ad oggi esiste ancora uno scarto importante fra l’impegno preso con l’accordo di Parigi e la riduzione delle emissioni necessarie al raggiungimento dell’ambizioso obiettivo del 2% (fonti: IPCC- Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), e tuttora mancano tecnologie efficaci per lo stoccaggio di energia prodotta da rinnovabili e per quell’assorbimento della CO2 già presente in atmosfera, che porterebbe l’indice di emissioni in negativo (anni 2070-2089). Sono quindi gli investimenti per la mitigazione che avranno verosimilmente un grande effetto economico ed ambientale e che vanno quindi incrementati.

“Il flusso finanziario stimato per raggiungere l’obiettivo del 2% è importante – afferma Carraro – perché si parla di 750 miliardi di Dollari USA all’anno fino al 2030, suddivisi in interventi per mitigazione delle emissioni, efficienza energetica e ricerca e sviluppo, che dovranno aumentare ulteriormente dal 2030 al 2050. Queste cifre apparentemente enormi a livello assoluto sono in realtà solo circa un decimo delle cifre che vengono spese comunque per la creazione di infrastrutture e per tecnologie non sostenibili.Si tratta di ridirigere la spesa”.

La competitività in termini di costi e il ritorno sicuro degli investimenti in centrali a fonti rinnovabili sono già alla base di un’impennata degli investimenti per il clima, che hanno raggiunto cifre pari a 400 miliardi di dollari nel biennio 2014-2016, 70% delle quali provenienti dal settore privato.Tale impegno dei privati ad investire nel settore della mitigazione è fonte di ottimismo per il futuro. Esistono inoltre nuovi strumenti finanziari quali i green bond, forme di assicurazione, partnership pubblico-privato che potranno essere potenziati per offrire agli investitori privati una garanzia quanto al loro livello di rischio.

Garanzie per gli investitori privati fornite da governi e l’intervento delle assicurazioni,come già avviene per il commercio estero,e quindi l’abbassamento del livello di rischio fino a che non diventi uguale al ritorno dei loro investimenti sono le parole chiave individuate da Carraro per incrementare i finanziamenti di nuovi impianti di produzione di energie rinnovabili, specialmente nei Paesi in via di sviluppo.

Le operazioni rivolte all’adattamento e all’efficienza energetica restano invece appannaggio del settore pubblico, che comunque può beneficiarne e fare la differenza. “Grazie allo sviluppo della tecnologia – dice Carraro – alcune soluzioni non solo sono più convenienti e redditizie nel lungo periodo, ma sono addirittura più economiche inizialmente. L’esempio della drastica riduzione rispetto a dieci anni fa, del costo, poniamo, di una lampadina al LED fa sì che per una amministrazione comunale non solo l’introduzione di questa illuminazione sia più conveniente sul lungo periodo, ma addirittura più economica nell’immediato e che le cifre risparmiate consentano di ridurre anche le spese per la manutenzione. Altro esempio è la riduzione del prezzo di acquisto dei pannelli solari negli ultimi anni, che ha reso superflui anche gli incentivi. A livello mondiale, oggigiorno, ciò che frena gli investitori non è più il ritorno, ma il rischio di investimento. Quando il fattore di rischio sarà uguale al ritorno, sarà sicuramente possibile incrementare gli investimenti in questo settore”.

Per concludere, le soluzioni già esistono, anche in campo finanziario.Ciò che invece preoccupaanche gli economisti, proprio perché abituati ad esprimersi in cifre,sono i dati dei livelli di CO2, schizzati quasi di colpo a 403 ppme superato dal settembre 2016 quasi in modo permanente, quando da anni si registrava “solo” 208. Le cose stanno cambiando, ma non abbastanza velocemente. Ecco perché è fondamentale un impegno per accelerare questi processi.

Annunci
Agricoltura, Benessere corpo mente, Essere Vegani, Eventi, Eventi sostenibili, Lavoro e Sostenibilità, Le Terre di Confine, Numero 4 Vivere Sostenibile Liguria Ponente, SosteniAMOci, Trekking, Trimestrale Vivere Sostenibile Liguria Ponente, Vita Sociale

L’unico “nazionalismo” che ci piace

Sfoglia il numero di dicembre

di Graziano Consiglieri

In questa fine di 2017, ma a dire il vero già da diverso tempo, quella cui si assiste, a livello politico e soprattutto umano, è una escalation di sentimenti nazionalisti o addirittura localistici, una contrapposizione tra il “noi” e il “loro”, che si sta facendo sempre più tesa, intollerante e, spesso, violenta. Non si sa fino a quale estensione questa recrudescenza, che spesso porta addirittura al razzismo, sia effettivamente espressione del sentimento umano collettivo e quanto, invece, sia abilmente manipolata a fini specifici e interessi particolari di chi potrebbe, o può, trarre giovamento da un’esasperazione estrema del sentimento di appartenenza, sia esso a una razza, un credo religioso, una nazione, un’idea.
Non è compito nostro né nelle finalità del nostro periodico fornire interpretazioni politiche o sociologiche dei fatti di costume o delle dinamiche internazionali e nazionali. In questo contesto, fedeli alla linea che vuole essere quella di trovare e seguire una linea positiva in quanto avviene in noi e attorno a noi, il nostro obiettivo è quello di sottolineare l’unico “nazionalismo”, l’unico “localismo” che ci piace.
L’elogio della “particolarità” che sta a cuore a Vivere Sostenibile Liguria Ponente è quello che riguarda uno stile di vita che, partendo dalle realtà locali, dalle produzioni tipiche, dai patrimoni alimentari (ma anche artistici e culturali), sappia valorizzare, promuovere e utilizzare una ricchezza che si trova a portata di mano.
Parliamo di produzioni a “chilometro zero”, di presidi alimentari “Slow Food” della zona, che nel Ponente ligure stanno crescendo a vista d’occhio, ma anche di realtà che, pur non fregiandosi di classificazioni ufficiali quali Doc, Dop o Igp, siano testimoni del fatto che si può mangiare bene (ma anche vivere bene) partendo da quello che la terra, le città e la cultura più prossime a noi possono offrirci ogni giorno.
In questo senso la promozione di tante aziende che operano nel territorio e per il territorio è davvero la forma di “nazionalismo” che ci piace raccontare.
Ciò non significa chiudersi a quanto altre terre possono offrirci, a come esse possano stimolarci nella ricerca e nella crescita, ma vuol dire avere sempre un occhio attento a tutto, in particolar modo quando di mezzo c’è la nostra vita, che passa attraverso ciò che mangiamo, l’aria che respiriamo e, perché no, anche i rifiuti che produciamo o quanto il nostro essere al mondo influisca su equilibri planetari ai quali molti, soprattutto molti “potenti”, stanno ora voltando le spalle, quasi non fosse un problema che riguarderà anche loro.
Quest’impegno, però, non è privo di attriti e scontri, che diventano assai più problematici di quanto si speri, perché si inseriscono in dinamiche, appunto, internazionali, determinate da scelte che passano ben al di sopra delle volontà della maggioranza.
Un esempio chiaro è dato dalla ridda di accuse reciproche, provvedimenti, cause legali e ricorsi che una bozza di decreto, proveniente da Bruxelles, ha scatenato non appena è stata paventata la volontà di far indicare sulle confezioni di pasta la provenienza del grano con cui è prodotta. Al di là del problema in sé, che meriterebbe un intero giornale solo per essere compreso meglio, ciò che ci preme portare all’attenzione è una domanda assai semplice: “e se cominciassimo, già nel nostro piccolo, a consumare cibo a chilometro zero, sulla cui provenienza possiamo avere un ancorché minimo controllo?”
Sarebbe certamente meno facile, per noi e forse anche meno economico, perché certe produzioni di nicchia o in scala non industriale non permettono abbattimenti mostruosi dei costi; permetterebbe tuttavia diversi vantaggi. Quali? Un diverso rapporto con il cibo, tanto per cominciare, che sarebbe più “assaporato” e meno “consumato”; risparmi economici e ambientali sui trasporti con vantaggi per la comunità; il rifiuto delle dinamiche di sfruttamento di interi popoli che sono schiavizzati per produrre materie prime a bassissimi costi (dei quali ai lavoratori tocca un’ulteriore minima parte); la messa in discussione di chi produce, contemporaneamente cibo per nutrire l’uomo, fertilizzanti e anticrittogamici per preservare le colture e medicinali per ovviare ai danni che essi producono sul corpo umano. L’elenco è lungo. A voi il (dis)piacere di proseguirlo o, meglio, il piacere di trovare soluzioni.