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Si può vivere di Eccellenze

 

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Crisi dei mercati, basso profilo, concorrenza sui prezzi, globalizzazione della produzione, massificazione di articoli e proposte di bassa qualità sugli scaffali dei supermercati, nell’offerta culturale e turistica, nell’istruzione, tagli alla spesa pubblica, alle fasce deboli, allo studio, all’arte.

L’elenco potrebbe continuare per tutta la durata dell’articolo. Sono tantissime le condizioni avverse che stanno abbassando la fiducia, la spinta vitale di chi lavora, di chi ancora si sforza di opporsi a una commercializzazione sfrenata di ogni aspetto della vita umana, a un procedimento che considera solo il valore monetario e finanziario e dimentica ogni altra componente, soprattutto quelle che servono a dare il vero valore di un prodotto, di un’idea, di un’azione; aspetti che non si possono misurare con il corrispondente

prezzo monetario, scelto universalmente come unità di misura esclusiva per tutto ciò che si fa o si è.

C’è, e in molti provano da tempo a metterlo in pratica, un altro modo di valutare, apprezzare e dare merito all’attività produttiva, sociale, culturale, turistica di un territorio.

C’è e si chiama rispetto per l’eccellenza. Quando si parla di eccellenze italiane (e anche quelle liguri, di cui ci vogliamo occupare in particolare) il pensiero va subito ai “punti forti” dell’economia: l’enogastronomia, il turismo, la produzione artigianale, ma spesso, troppo spesso, tutto si ferma alla contemplazione estatica di quanto molti siano in grado di fare. Si esalta la bellezza di alcune opere o di qualche bel paesaggio, si gusta il sapore di un prodotto genuino, si ringrazia per un servizio turistico di alta qualità, si lodano il significato e lo sforzo di chi ancora crede che la cultura e l’istruzione possano essere settori trainanti, ma poi tutto si ferma lì, alla fruizione di quanto di buono si è trovato.

Non basta più. C’è da fare un passo in più e non lo si può procrastinare. Questo scatto ulteriore è quello di promuovere, incentivare, propagandare queste eccellenze che animano e costituiscono il cuore, davvero il “punto forte” di quanto un territorio può produrre.

Prima di iniziare a lavorare su un numero di Vivere Sostenibile Liguria Ponente ci si chiede sempre quale sarà il motivo conduttore. Da sempre questa traccia, poi, emerge da sola, durante la preparazione delle pagine, e a dettarla sono sempre, in una splendida sintonia, gli articoli che riceviamo dai nostri collaboratori. Questa edizione di giugno 2018, alle soglie di un’estate su cui si stendono grigie ombre politiche e, forse, anche meteorologiche, si è così trovata ad essere indirizzata verso l’esaltazione delle eccellenze della nostra terra. È stato un coro comune, composto da voci polifoniche, tutte orientate al proprio ambito di attività, ma concordi nel sottolineare come, sotto questa coltre di condizionamenti negativi che sembrano voler e poter soffocare ogni libera iniziativa, si celi invece ancora un cuore pulsante, una spinta che non si può fermare, la voglia di riaffermare valori e lavori che la massificazione e la banalizzazione non possono cancellare.

Il fatto di rendere noto tutto ciò, a sua volta, non basta“Ormai siamo ingessati dalle normative”. È uno dei commenti più delicati, ma tremendamente espliciti, che si sono sentiti in questi giorni, dopo l’entrata in vigore delle nuove normative sulla privacy. Le leggi si applicano, ci mancherebbe altro, ma più di una volta lasciano dietro la loro applicazione e il loro rispetto una scia di amare considerazioni alle quali è doveroso dare voce.

Una legge in sé, per quanto non esattamente brillante in termini di intelligenza pratica, non potrebbe costituire un problema invalicabile per un’azienda, per quanto piccola. Si può dedicare un po’ di tempo, distogliere delle energie dall’attività lavorativa,magari sacrificare un fine settimana di riposo (e già qui ci sarebbe qualcosa da discutere) per mettersi in regola. È una cosa da fare “una tantum” e, in fin dei conti, si tratta di copiare uno dei documenti ricevuti al riguardo,personalizzarlo e spedirlo alla propria mailing list. Già qui si presuppone non solo che si abbia il tempo a disposizione (è un obbligo, bisogna trovarlo), ma anche che si sappia ben utilizzare il computer, che si sappia cosa fare…

Il guaio vero è che quella sulla privacy non è la sola legge a distogliere energie dal lavoro per dedicarle al nuovo mostro sacro dell’economia e del lavoro del terzo millennio: la burocrazia. Torna alla mente la vecchia storiella del contadino andato in città con il suo asino per fare la spesa per tutto il villaggio. Dopo aver caricato il povero animale con ogni sorta di casse e ceste piene di materiale, l’uomo si ricorda di dover comprare un paio di stringhe per il vicino. Le acquista e le carica, a loro volta, sull’asino che, sopraffatto dal peso, si schianta a terra.

Colpa delle stringhe o di tutto quanto già appeso alla soma? Questo è ciò che rischia di accadere, al di là di fardelli che, in altri casi, rischiano di far collassare tutto già solo per se stessi. Purtroppo si sta arrivando al punto in cui ogni attività, in un delirio normativo, per essere svolta richieda decine di patentini, licenze, permessi (tutti ovviamente sottoposti a controlli periodici o casuali).

Se da un lato la garanzia della correttezza formale è un elemento arricchente, dall’altro troppo spesso ci si dimentica che le leggi colpiscono anche realtà minime, come le microimprese o le imprese individuali, per le quali “distrarre le energie” dal lavoro per poterle dedicare agli adempimenti burocratici significa una sola cosa: dedicare il tempo alle carte togliendolo al lavoro. E queste carte, alla fine, sono ben più pesanti di un paio di stringhe.

ancora. I passi da compiere, in realtà, sono due e il secondo è quello della necessità di agire. L’apprezzamento, l’applauso, la pubblicità, da soli, sono solo l’inizio di un cammino diverso, in direzione ostinata e contraria, verrebbe da dire. Invece no, non sarà una direzione contraria a qualcosa, ma favorevole al bello, al buono e, lo si conceda, anche a ciò che è giusto e non solo gustoso.

E tutto questo, però, è Possibile solo “mettendo azione”.

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GIOCARE INSIEME PER FARE RETE

 

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Individualismo? No, grazie, meglio lavorare insieme. Se per anti aspetti la società sembra voler puntare molto sul valore del singolo, a discapito della possibilità di operare collettivamente per un obiettivo comune, d’altro canto, in un numero sempre maggiore di situazioni, si comprende che solo unendo le forze si possono ottenere risultati effettivi.

È, ancora una volta, l’eterno contrasto tra due proverbi che arrivano dalla tradizione popolare e che, come sovente accade, si contraddicono a vicenda: meglio “chi fa da sé fa per tre” o “”l’unione fa la forza”?

Forse la soluzione è in una via di mezzo. Se è vero l’auspicio affermato dal Mahatma Gandhi (“Sii tu il cambiamento che vuoi veder avvenire nel mondo”), questo miglioramento può avvenire cominciando dalla propria sfera personale, dalla propria casa, dalle proprie abitudini, dal pianerottolo, dal giardino.

Se questa è la condizione di partenza, essa però non è destinata a rimanere isolata. Il potere educativo dell’esempio porta all’emulazione e la consapevolezza di non essere soli ad operare in una certa direzione crea comunanza di interessi, di obiettivi, di aiuto reciproco. Sul fondamento di questa vicinanza si fonda poi il passo successivo, ossia quello di agire consapevolmente assieme, non solo per il proprio ambito, ma per moltiplicare (non solo sommare) le energie per raggiungere qualcosa che possa tornare a beneficio di molti, se non addirittura di tutti.

Nasce così l’esperienza delle reti di imprese, la nuova dimensione della cooperazione in cui ad unirsi non sono più solo i singoli, ma aziende ed associazioni, in uno scenario che va oltre quelli delle singole cooperative, ma anche dei consorzi. Un panorama completamente nuovo che si sta allargando ai settori più disparati e che proprio nell’ambito della sostenibilità sta trovando applicazione sempre più vasta e produttiva.

In un mondo del lavoro nel quale le multinazionali occupano spazi sempre più invadenti, riducendo l’ambito di azione delle piccole imprese, solamente un aiuto reciproco può permettere la sopravvivenza delle singole realtà e dare ossigeno vitale alle idee di coloro che in questo modo diverso di fare economia, lavorare e vivere ancora, o di nuovo, credono fermamente.

Gli esempi sono moltissimi e, senza fare molta strada, la presenza di Vivere Sostenibile in nove diverse edizioni, che coprono complessivamente venti province, è già una chiara dimostrazione di come si possa far sentire la propria voce unendola a quella degli altri. La stessa edizione Liguria Ponente è espressione di una rete di imprese, Le Terre di Confine.

L’onda però si estende ben oltre questi confini e inizia a coinvolgere anche Enti pubblici che si avvicinano per obiettivi congiunti e complementari, arrivando anche a collaborazioni internazionali, nei più svariati ambiti.

Questo numero di marzo 2018 di Vivere Sostenibile Liguria Ponente è un ampio (anche se necessariamente non esauriente) cammino lungo questo percorso, tracciato con un unico tema centrale: quello secondo cui lavorare insieme non è solo possibile, ma è meglio. Le testimonianze e i racconti riportati vanno tutti in un’unica direzione: solo giocando assieme si può fare rete, solo facendo rete si possono centrare vittorie importanti.

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L’acqua, il miracolo della vita da maneggiare con cura – Intervista a Kenneth Weiss, Premio Pulitzer 2007

Nella sua presentazione durante il Festival for the Earth, tenutosi a Monaco il 9 e 10 novembre scorsi, il giornalista californiano Kenneth Weiss, vincitore del Premio Pulitzer e reporter di fama mondiale, ha avuto il compito di trarre le conclusioni finali, in un intervento particolarmente incisivo, dal titolo Altered Oceans, tenuto davanti a una platea importante, comprendente anche SAS il Principe Alberto II. Weiss, che ha parlato in particolar modo dello stato di salute dei mari e del pianeta in generale, ha rilasciato a Vivere Sostenibile Liguria Ponente un’intervista che riportiamo nella sua forma integrale.. 


VS: Nell’acqua risiede il miracolo della vita., lei ha comunicato una grande quantità di dati preoccupanti relativi a questa sorgente vitale per l’umanità e gli animali. Se da un lato si sa che questi dati e queste emozioni devono essere divulgati, dall’altro essi suscitano impressioni negative. C’è un qualche “però” o un miglioramento particolare in un qualche settore che ci può aiutare a recuperare la speranza di risolvere la questione?

Weiss: Sì, questa è una materia molto importante. Concordo pienamente che questa umanità ha bisogno di speranza, non solo di storie in cui si vede tutto nero. Il problema è che quelli di noi che sono abbastanza fortunati da vivere in posti ricchi, come l’Italia, la Francia, la Germania o gli Stati Uniti potranno avere difficoltà nell’ammettere i cambiamenti climatici e la crescente carenza di acqua dolce pulita è solo una crisi ad andamento lento che sta montando all’orizzonte. Chi proverà per primo tutto ciò è il “bottom billion”, ossia quel miliardo di persone che, tra i 7,6 miliardi di abitanti del nostro pianeta, sono più povere e più vulnerabili. Negli ultimi anni ho concentrato molti dei miei reportage sulla sostenibilità globale, che definisco come l’avvio di un corso migliore per il nostro pianeta, che aiuterà a provvedere a tutta l’umanità, ma anche a provare a preservare la biodiversità, l’habitat e una parte di natura importante per il sostenimento della vita. Così, quando devo tenere un breve discorso alle persone a convegno in une delle comunità più benestanti al mondo, voglio essere sicuro di riuscire a spiegare che coloro che vivono a Kiribati o in Kenya non dispongono delle stesse possibilità economiche di protezione dalla carenza d’acqua o da altri problemi che si profilano all’orizzonte rispetto a quelle che ci sono, per esempio, a Monaco. E questo è ciò che spesso noi facciamo meglio nel mondo delle comunicazioni: sottolineare i problemi per ottenere l’attenzione della gente. Questo è sempre il primo passo. Oggigiorno ci sono moltissime soluzioni che noi, in quanto specie ingegnosa, possiamo sviluppare ed estendere per aiutare a provvedere a questo numero crescente di esseri umani e a mantenere alcune sembianze del mondo naturale. Quando si parla di acqua, per esempio, la riduzione delle emissioni di CO2 per stabilizzare il pianeta è un punto focale e lo si  può certamente raggiungere, se sapremo risolvere la dipendenza dai carburanti fossili, passando alle fonti alternative di energia, come quella solare e quella eolica, e creando un futuro in cui le emissioni di CO2 siano a livello zero. Potremmo anche aver bisogno di trovare un modo di passare a una riduzione del CO2, che significa isolare parte del diossido di carbonio in eccesso che abbiamo pompato nell’atmosfera, immettendolo negli alberi o nel terreno. Inoltre, la conservazione dell’acqua può essere garantita facilmente. L’irrigazione a goccia promette molto in materia di conservazione dell’acqua. Il riciclo delle acque di scarico, nei Paesi sviluppati con limitata disponibilità di acqua, può essere una grande opzione nella coltivazione. Gli scienziati stanno lavorando allo sviluppo di varietà di colture che crescano in ambiente più arido o siano resistenti al sale; tra esse, in particolar modo, grano, riso e mais, che forniscono circa il 70% delle calorie che consumiamo. La coltivazione del riso in acqua salata, per esempio, rappresenterebbe un enorme beneficio per milioni di persone che sono costrette a migrare dalle loro case, in regioni costiere e nei delta dei fiumi, a causa dell’intrusione dell’acqua salata. Questi sono solo alcuni dei molti esempi di come potremmo meglio conservare le nostre risorse naturali. Tutti offrono una speranza per l’umanità.

VS: Secondo lei, quali sono i principali risultati positivi degli Accordi di Parigi in questo campo? Al Festival for the Earth tutti gli oratori si sono focalizzati sull’innovazione, diffusione e finanziamento delle energie rinnovabili che si prevede possano migliorare lo scenario e quindi, di conseguenza, anche l’acqua; c’è però in questi Accordi qualche impegno specifico relativamente alla difesa delle risorse idriche?

Weiss: Gli Accordi di Parigi sono un passaggio focale nel tentativo di unire praticamente tutte le Nazioni per evitare di trovarci in un cambiamento climatico catastrofico e irreversibile. Nessuno sa con precisione quale sia la linea su cui arrestarsi, ma gli scienziati si sono allineati sulla necessità di mantenere l’incremento della temperatura media globale sotto i 2 gradi Celsius o possibilmente sotto gli 1,5 gradi Celsius. Gli stessi Accordi sono una serie di impegni da parte di pressoché tutti i Paesi, che hanno dichiarato cosa intendono fare per contribuire a ridurre le emissioni di gas serra. Non si rivolgono alle risorse idriche in modo specifico, ma l’acqua è legata in moltissimi modi al riscaldamento del clima. Per esempio, l’atmosfera può contenere più umidità e quindi diventare responsabile dello spostamento delle piogge, di modo che alcuni posti subiscono alluvioni ed altri sono bloccati in un ciclo di siccità devastanti. L’aumento del livello dei mari, poi, può avere un enorme impatto sull’ingresso dell’acqua salata nelle falde acquifere di acqua dolce e sulle acque di superficie. Pertanto, provare a impedire l’aumento delle temperature è un punto focale per evitare eventi meteorologici estremi e per conservare la poca acqua dolce che abbiamo. Gli Accordi di Parigi sono fondamentali per tutto questo. Il bisogno critico di acqua dolce pulita è meglio trattato, però, in un altro lavoro delle Nazioni Unite: gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals), al sito http://www.un.org/sustainabledevelopment/ L’obiettivo n. 6 si rivolge in modo specifico al bisogno di “Garantire a tutti l’accesso all’acqua e alle strutture igienico-sanitarie” .

Kenneth Weiss – Al Festival For the Earth- sullo sfondo: opera di  Rebecca Ballestra, ideatrice del Festival

VS: Dalla sua presentazione si è rilevato che la fornitura di acqua potabile è una priorità per la maggioranza delle persone al mondo. Non ritiene che la priorità dei fondi di Ricerca e Sviluppo esistenti dovrebbe essere rivolta a migliorare i dispositivi di estrazione dell’acqua dall’aria, per esempio, e renderli più economici e pertanto disponibili per molta gente nelle aree deserte?

Weiss: L’estrazione dell’acqua dall’aria è una delle nuove e più promettenti tecnologie in fase di sviluppo, allo scopo di fornire aiuto nelle aree remote ed aride. Alcune scoperte tecnologiche hanno ridotto il quantitativo di energia richiesta per la raccolta dell’acqua dall’aria, ma il processo necessita materiali molto costosi, quali strutture metallo-organiche. Quanto meno, questo è lo stato delle cose. Il mio augurio è che ci siano altre tecnologie che nei prossimi anni possano emergere ed essere d’aiuto. Molto spesso, comunque, ciò di cui abbiamo bisogno sono soluzioni e tecnologie semplici che non si rompano o che siano facili da riparare. Le tecniche di alto livello non funzionano sempre bene in società povere e remote, con scarsa capacità di tenerle in funzione. Pertanto, ad oggi, una delle migliori fonti di acqua è il trattamento e il riciclo delle proprie acque di scarico. Può sembrare disgustoso pensare che che si stia riciclando acqua della propria toilette , ma il processo rimane più semplice e più economico e trattare le acque richiede meno energia che rimuovere il sale dall’acqua di mare. Anziché pensare che semplice significhi stupido, dobbiamo capire che “semplice” può essere “elegante”, e anche più sostenibile. Ho la grande speranza che le nostre menti migliori ci possano aiutare con delle soluzioni. Nel frattempo dobbiamo lavorare sulla conservazione dell’acqua e maneggiare le nostre limitate risorse con la massima cura.

dell’acqua e maneggiare le nostre limitate risorse con la massima cura.

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La triste debolezza del proclama, l’inarrestabile forza dell’impegno

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È un mondo che sta cambiando, e anche molto velocemente, quello in cui ci troviamo a vivere. Se i nostri nonni (o i bisnonni di chi è più giovane) si trovavano a vivere in un ambiente che non si discostava poi tantissimo da quello dei loro avi, gli scenari che i nostri figli e noi stessi affrontiamo oggi sono distanti anni luce da quanto eravamo abituati a vedere ed ascoltare anche soltanto una ventina di anni fa.

Questo processo di radicale modifica assume, a seconda delle sue sfaccettature, denominazioni sempre diverse. Si parla così di globalizzazione e di flussi di migrazione, di effetto serra, di uso dei social network, come anche di permacultura, di consapevolezza, di transizione e di picco del petrolio. L’elenco potrebbe continuare per ore.

Risvolti negativi e positivi si intrecciano, in una danza che, per quanto si possa fare resistenza, sembra ormai aver assunto un passo inarrestabile. È qui, proprio su questa considerazione, che la lettura di quanto avviene al mondo e nel mondo che ci circonda e ci ingloba (visto che non siamo entità astratte dal nostro ambiente di vita) si suddivide in due atteggiamenti, radicalmente opposti.

Da una parte, appunto, c’è la “resistenza” o, per meglio dire, l’opposizione dura al cambiamento. La difesa dello “status quo”, se da un lato racchiude anche elementi positivi, quali la tutela delle tradizioni, l’utilizzo di strategie e mezzi nuovi, la ferma negazione di finti progressi che in realtà sono solo trappole per l’uomo (anche senza cadere in teorie complottistiche), dall’altro porta spesso a una situazione “muro contro muro” che, davanti all’ineluttabilità di alcuni processi, non fa che acuire scontri, contrapposizioni e, in ultima analisi, anche violenza.

Dall’altra parte c’è la supina accettazione di tutto, quasi ogni cosa che sta accadendo si verificasse ormai al di fuori dei limiti del controllo umano. “Il mondo va così e dobbiamo accettarlo”. La rassegnazione, in modo più silenzioso, si sta infiltrando e sta minando la possibilità di indirizzare i cambiamenti verso un progresso. La conseguenza può essere, in questo caso, una deriva che non si sa dove possa portare.

Da qui, da queste due reazioni, nascono i proclami, che rimbalzano nel mondo con velocità che, esaltate dai “social”, erano impensabili fino a dieci anni fa. Esternazioni da bar si sdoganano dalla scrollata di spalle che un tempo le confinava al ristretto ambito del bancone e diventano “verbo evangelico rivelato”. Bufale create quasi ad arte, o forse proprio ad arte, acuiscono a bella posta, alternativamente, lo sdegno, la rabbia o un senso frustrante di ineluttabilità.

Sarà questo il mondo che davvero ci attende? Sì, sarà questo, ma… Ma c’è una via. Abbiamo raccontato di resistenza e rassegnazione, abbiamo parlato di “reazioni”. Ci piace invece parlare di “azioni”. Il mondo sta cambiando velocemente e forse saremo spesso un passo indietro a quanto avviene ma la via c’è e si chiama “impegno”. Un impegno che parte dal proprio piccolo, dalla consapevolezza (rieccola!) che se cambio il mio metro quadrato di vita ho già cambiato il mondo, dal fatto che la Storia, sì, proprio quella con la S maiuscola, la possono fare (a discapito di quello che ci raccontano i libri) anche tutti coloro che scrivono la loro storia di tutti i giorni. Impegno, senza scuse e senza rinvii, senza deprimersi nelle sconfitte che ci saranno, senza esaltarsi per le conquiste, ma rimanendo sempre attenti e sapendo, ed è quello che è più importante, che in questo cammino, per fortuna, non si è soli, si è maggioranza.

 

Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento. (Leon C. Megginson, frase spesso erroneamente attribuita a Charles Darwin)

 

Graziano Consiglieri

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Il cibo, la benzina giusta per il nostro motore

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di Graziano Consiglieri

 

Quando vennero introdotti i motori “verdi”, anni fa, una prima necessità imprescindibile fu quella di abbandonare la benzina “super”, per iniziare a utilizzare quella senza piombo. Allo stesso modo, nel momento in cui un essere umano vuole operare un cambiamento nella propria vita, una delle prime questioni che deve affrontare è quale “benzina”, ossia quale cibo, introdurre nel proprio corpo per avere energia.

Al di là di ogni orientamento alimentare (onnivoro, vegetariano, vegano, fruttariano, crudista…), ci sono alcuni dati comuni a tutti e che tutti dovrebbero considerare nel momento in cui si mettono a tavola e si accingono a consumare, o meglio sarebbe dire assumere, il proprio pasto, tenendo ben presente che una corretta e sana alimentazione – dando vitalità al sistema immunitario – concede maggiori possibilità di rimanere sani.

Il primo aspetto si palesa ben prima dell’imbracciare la forchetta e anche di iniziare a cucinare. Il primo passo si verifica al momento della spesa. Se non si ha la fortuna di avere un proprio orto (che comunque è quasi mai insufficiente) l’attenzione è da porre durante l’acquisto, eliminando il concetto di prezzo come unico parametro, fatto che induce solo alla mercificazione di beni e servizi, e rivalutando il concetto di valore delle cose e delle attività. Un pane che costa più della media non è caro se è fatto in un certo modo, con certe farine e una cura del prodotto, e finisce per sostituisce quello a più buon mercato perché i suoi nutrienti e i suoi contenuti vivi permettono di mangiarne la metà per essere sazi.

La scelta va orientata verso il cibo fresco, in quanto ancora “vivo” e ricco pertanto di sostanze positive. Spazio quindi, se è possibile, all’autoproduzione, all’acquisto diretto da persone di cui si conosce la tecnica agronomica naturale, a negozi di cui si conosca l’impegno in questo settore, fino alla costituzione di gruppi di acquisto, alla costituzione di reti di aziende che, aperte alle visite dei clienti, applichino tecniche eco-sostenibili, arrivando alla valorizzazione e all’incentivo della produzione locale di qualità: una scelta sostenibile nella direzione del benessere, ma anche per un rilancio effettivo nella rilocalizzazione dell’economia.

Oltre alle buone pratiche alimentari, che un buon nutrizionista può suggerire e personalizzare, e ad evitare bevande, cibi e anche contenitori che sono provati avere un effetto negativo sul nostro “motore”, un ultimo ma essenziale punto è costituito non solo dalla “benzina” ma anche dalle modalità tecniche con cui si fa “rifornimento” al nostro motore. Troppo spesso il pasto – svilito a “pit stop”, a una sosta velocissima per ingoiare energia, più adatta a un bolide di Formula 1 che a un essere umano – sta diventando una parentesi rapida tra mille impegni, pressato nei tempi del lavoro e dalle navigazioni sui social o le risposte agli sms. In queste dinamiche sono spariti i tempi in cui la famiglia, a metà e al termine della propria giornata, si ritrovava attorno alla tavola a condividere non solo il cibo ma tutto quanto si stava vivendo o si era vissuto in quella giornata. C’era, allora, e andrebbe recuperata, ora, quella consapevolezza secondo la quale, oltre ai valori nutritivi, alle calorie e alle sostanze chimiche necessarie a un organismo, il mangiare assieme dava qualcosa in più: la comunanza, l’essere vicini, l’essere una prima cellula di società alimentata non solo dallo stesso cibo e dalla stessa energia ma dalla volontà di impiegarli per qualcosa di comune a tutti.

Numero 1 Vivere Sostenibile Liguria Ponente, Senza categoria

Il cambiamento, una scelta necessaria

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Mai come in questo periodo, nelle menti di noi comuni mortali, si aggira con crescente frequenza, come uno spettro o una speranza, una parola che, comunque la si guardi, non lascia tranquilli. Questa parola, che arriva a turbare stabilità e abitudini, che scuote le certezze e genera inquietudine o aspettative, è anche una parola che ci fa uscire dalla consueta routine, che ci apre nuovi orizzonti, che stimola la creatività, che crea nuove opportunità. Questa parola è “cambiamento”.

Se il cambiamento viene a mancare, il corpo e la mente non crescono, non si evolvono; senza di esso saremmo rimasti bambini o adolescenti oppure ci troveremmo ancora in situazioni difficili o infelici dalle quali, invece, siamo riusciti a riemergere. Di più: se non seguissimo questa maturazione non si avvierebbe solo un periodo di stasi ma una vera involuzione.
Troppo spesso, però, si confonde il cambiamento con una rincorsa affannosa a tutto quanto viene bollato con il termine generico di “progresso” ma che spesso, come capita sempre più di vedere ad esempio in agricoltura, non è un progredire verso il meglio ma verso le situazioni di comodo, senza curarsi del fatto che tante soluzioni a buon mercato portano poi a pagare conti assai salati.
Sovente queste “mutazioni” hanno fatto rigettare quanto poteva essere più faticoso ma anche più rispondente ai percorsi naturali, nella vita, nell’alimentazione, nella cura del corpo, della mente e dello spirito. Si è cercato il tutto e subito, dimenticando la pazienza del contadino, i cicli delle stagioni, i percorsi dello spirito, dimenticando cioè l’aspetto essenziale del cambiamento: i suoi tempi, la fatica, il rispetto della natura, sia essa umana o circostante.
Spesso si pensa al recupero delle tradizioni e della sostenibilità umana ed ambientale come a un ritorno al passato, all’incapacità di “stare al passo con i tempi”. In realtà, il cambiamento comporta anche il recupero di quanto il passato ci può trasmettere di positivo, aggiungendo ciò che di meglio siamo riusciti ad ottenere in secoli di crescita umana. Non buttare via il passato, non rinnegare quanto di positivo c’è stato nella crescita.
È un cambiamento globale, quello che si prospetta e che questo periodico trimestrale vuole provare a seguire e raccontare, ma quella da condurre è principalmente una sfida personale. Non esiste cambiamento nel proprio mondo se la persona non cambia e, parimenti, se la persona cambia, tutto il mondo cambia con lei. Se si vuole operare nel mondo, occorre iniziare dal proprio ambito: è il più vicino, anche se spesso non il più semplice. Giova però ricordare due frasi note di Lao Tse: “Anche un viaggio di mille miglia inizia con un passo” e “Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla”.
Per cambiare occorre però il coraggio di uscire dalla propria “zona di comodo” e di rischiare. Occorre vincere la paura, avvicinarsi al precipizio della propria vita, spiegare le ali, fare un passo avanti e iniziare a volare.